Diritto civile / Diritto della procedura civile
L’obbligo di vivere
«Venga, avvocato. Mi segua nel salotto. Il suo cliente si trova di là. Oltre quella porta. Non lo ascolti troppo».
Lo stanzone ovale, illuminato da una sepolcrale luce bianca, pregno dell’odore del disinfettante, con pareti scrostate, poche sedie e grida che risuonavano scomposte, sembrava assai più simile ad un girone infernale che non all’atrio di un reparto di ospedale.
Il primario di psichiatria, con il camice bianco svolazzante e una penna all’orecchio, procedeva a testa alta, con passo militare e mi precedette in una stanza più piccola, ma ugualmente desolante.
Prima che avessi superato l’uscio, una ragazza dal volto spettrale e col pigiama sgualcito in più punti mi afferrò per una spalla. «Sei avvocato? Vorrei parlare con te. Forse non mi troverei qui dentro se avessi avuto un vero avvocato».
Un uomo di mezza età gridava, con le mani strette alle sbarre di ferro di una specie di gabbia. «Avvocato, mi ascolti, anzi, ci ascolti. Siamo qui senza aver potuto dire la nostra. Reclusi come degli assassini. La legge dovrebbe prevedere un nostro diritto a comparire in tribunale, ad essere ascoltati dal giudice tutelare…».
Il primario mi strattonò. «Lasci perdere o la faranno impazzire».
Quando ebbi messo piede nel salottino, faticai a riconoscerlo. Dal nostro ultimo incontro, cinque anni prima, sembrava invecchiato di trenta, con la fronte rugosa, i capelli bianchissimi e la barba sfatta. Era in un angolo, raggomitolato su sé stesso, afflosciato su una sedia di ferro. Allora accelerai il passo verso di lui. «Professor Rossi, buongiorno. Sono Alessio Mayer, in passato suo studente al liceo e oggi suo avvocato».
Lui si destò dal torpore e sgranò gli occhi, abbozzando un infantile sorriso di gioia e sorpresa. «Alessio Mayer, uno dei miei migliori studenti. Che piacere. Non pensavo che saresti venuto in questo cimitero dei morti viventi».
Allungai la mia mano, aspettando invano la sua stretta. «Professore, che ci fa qui? Questo non è un posto adatto a geni come lei. Cosa è successo di tanto grave?».
Lui scosse con lentezza il suo testone tondo, dominato da un naso grosso e bitorzoluto, simile ad una gigantesca fragola. «Il mio errore è stato scrivere quel biglietto. Mia sorella Franca l’ha trovato. Il primario di questa prigione è suo amico e si sono messi d’accordo loro due. Hanno deciso che soffro di una gravissima psicosi, che richiede cure urgenti. Sono complici del mio sequestro. Liberami, te ne prego. Ti sarò grato per tutta la vita».
Sgranai gli occhi e gli presi una mano. «Quale foglio, professor Rossi? Di cosa sta parlando?».
«A novembre ho perso la mia Anna. Te la ricordi? Eravamo venuti da te per un incidente stradale. Non era la mia metà…era la mia tre quarti. Se l’è portata via un tumore aggressivo, in meno di tre mesi. Io vivevo solo per lei. Mi ha vinto la depressione e ho scritto quella frase, me la ricordo ancora parola per parola: “Il 31 Dicembre mi affaccerò alla finestra di casa e diventerò un uccello…volerò da te”».
Avevo le lacrime agli occhi, perché non sopportavo di vederlo in quelle condizioni per il bene che provavo per lui, e strinsi più forte la sua mano.
«Voleva farla finita? È così? Voleva suicidarsi, non è vero?».
La sua testa rimase immobile. «Non credo che ne avrei avuto davvero il coraggio. Ci vuole coraggio a morire».
Mi piegai verso di lui e misi nelle mie parole tutto il calore possibile. «Ci vuole coraggio a vivere, professore, non a morire. Quante volte ce l’ha insegnato proprio lei? Io e i miei compagni di liceo aspettavamo con ansia le sue lezioni, perché lei non era solo un insegnante di italiano. Lei era un maestro di vita».
«Addirittura…».
«Glielo giuro, professore. Ricordo ancora quella lezione magistrale sulle maschere di Pirandello. Lei ci ha insegnato a scegliere l’essere invece dell’apparire e a rifuggire le menzogne, le ipocrisie. Ci ha insegnato a non giudicare, a non etichettare il prossimo, a ragionare sempre a mente sgombra da pregiudizi. Chi ti insegna più queste cose oggi? Le trovi forse sui social?».
Quell’uomo irriconoscibile per pesantezza di gesti e stanchezza di sguardo si lasciò sfuggire un sorriso sfinito. «Non posso pensare ad un Capodanno senza la mia Anna, questa è la verità. Il Capodanno era la nostra isola felice, perché chiudevamo fuori il mondo, coi suoi botti e la sua gioia isterica e insensata. Imbandivamo la tavola con ogni sorta di prelibatezze e ci bastavamo da soli. I nostri non erano brindisi, ma la celebrazione di un connubio esistenziale. Tra poco sarà Capodanno e quello sarà il giorno più triste della mia vita. Preferirei non viverlo».
Trassi un profondo respiro e tornai all’attacco, per provare a convincerlo a reagire. «Lei è semplicemente depresso, professore. La depressione è una malattia come tante altre. Si può curarla».
Angelo Rossi scosse la testa. «Non posso curarmi. Non voglio curarmi. A che serve esistere solo per sé stessi? Sarebbe una sorta di sopravvivenza, di accanimento esistenziale. Io voglio vivere, non sopravvivere».
Decisi di assumere le vesti dell’avvocato, svestendo l’abito troppo impegnativo dell’ex allievo disposto a curare le ferite dell’anima dell’anziano mentore, e gli allungai un foglio di carta prestampato, che avevo estratto dalla mia ventiquattro ore. «Dovrebbe firmarmi questa procura, professore. Abbiamo ancora cinque giorni per impugnare in tribunale il provvedimento di convalida di questo trattamento sanitario obbligatorio psichiatrico».
«Grazie». Lui sembrò, per un istante, tornare quello di un tempo. Firmò la delega senza esitazione e parve felice. «Ti prego, Alessio, depositalo domani il ricorso. Questo ricovero forzato in ospedale per me è peggio della morte. Mi hanno esiliato su questa sedia e nessuno mi regala una parola o un sorriso. Mi tengono sotto osservazione, come fossi una bestia feroce».
Gli promisi che mi sarei messo al lavoro quella sera stessa.
Mi congedai da lui dopo un abbraccio lungo due intensissimi minuti.
Mentre camminavo tra due ali di passanti, per raggiungere la più vicina stazione della metropolitana, alcuni interrogativi, forse insolubili, mi torturarono. Si può costringere un uomo ad affrontare la vita e un dolore lancinante? Ciò non è contrario al rispetto del libero arbitrio, che costituisce il fondamento stesso della libertà umana? Che senso e, soprattutto, che efficacia può avere il trattamento sanitario obbligatorio come cervellotica e macchinosa eccezione alla libertà di non curarsi? Si può definire autentica malattia la semplice tristezza? Si può rendere un uomo felice imprigionandolo in un ospedale, stordendolo con gli antidepressivi e togliendogli la libertà di decidere il proprio destino?
Non appena in studio, esaminai, con assoluta diligenza, la normativa di riferimento: la legge 13 maggio 1978 n. 180, istitutiva del trattamento sanitario obbligatorio.
Lessi che per l’applicazione dell’istituto erano necessari tre presupposti: la necessità da parte del paziente di ricevere trattamenti sanitari urgenti; il rifiuto del paziente di sottoporsi alle necessarie cure; l’impossibilità di prestare cure extraospedaliere.
Si trattava, dunque, di concetti giuridici piuttosto sfuggenti, di parole generiche che consentivano un certo spazio alla dialettica difensiva di un abile avvocato.
Ero determinato a rispettare la parola data al mio mitico e adorato professore di italiano e mi impegnai subito nella scrittura del ricorso.
Mi sforzai di sostenere che la tristezza umana per la perdita del proprio amore più grande non rappresenta una malattia, ma un comprensibile moto dell’animo, una sorta di disperata ribellione ad un destino avverso.
Sostenni che una frase scritta su un biglietto non è prova di una vera volontà di darsi la morte. Se dovessimo prendere seriamente qualsiasi frase dal tono drammatico pronunciata da un uomo disperato, scrissi, avremmo i reparti di psichiatria pieni di poveracci in camicia di forza.
Osservai che l’articolo 32 della nostra costituzione sancisce il principio della libertà di cure. Sono fatte salve eccezioni espressamente stabilite dalla legge, rilevai, ma in ogni caso si sancisce che nell’imporre al paziente cure non richieste vada tutelata la sua dignità.
Conclusi affermando che non è rinchiudendo un uomo in una fredda stanza di ospedale, esiliando su una sedia nel più totale silenzio, che gli si regala una speranza per il futuro.
Quando rilessi il mio scritto, ne rimasi molto deluso. Avevo messo su carta parole senza anima, prive di spessore.
La verità era che i concetti di vita e di morte mi sovrastavano implacabilmente ed io mi trovavo ad affrontare problemi infinitamente più grandi di me.
Decisi di non esitare e depositai telematicamente il ricorso.
L’udienza di discussione in Tribunale fu fissata alle ore nove e trenta del successivo lunedì.
Quella mattina, all’ingresso del palazzo di giustizia di via San Barnaba, incrociai zio Arturo. Mi fissava col suo sguardo da falco, seduto su una panchina di marmo, e mi fece segno di avvicinarmi. Gli raccontai dell’imminente udienza e lui mi propose di accompagnarmi. «Facciamola insieme, quest’udienza, come una volta. Il giudice, il Dottor Martini, è un mio buon amico».
Non so dire perché accettai quella assurda proposta.
Entrammo nella stanza del giudice, dopo esserci fatti largo tra le persone che si accalcavano lungo il corridoio.
Il giudice, un uomo tetragono dallo sguardo severo, sorrise a mio zio e quello mi parve di buon auspicio.
L’udienza cominciò con un videocollegamento con l’ospedale. Il professore fu molto convincente. «Non so perché mi trovo qui, signor giudice, e ancor di più non so che tipo di cure mediche mi stiano prestando. Mi hanno lasciato da solo e nessuno si occupa di me. Non esiste un solo foglio medico da cui evincere di che tipo di infermità mentale sarei affetto. E questo perché, semplicemente, io non sono affetto da alcuna malattia di mente».
«Dobbiamo evitare un suicidio». Esordì il pubblico ministero, con grinta tipicamente femminile. «Il suicidio, tecnicamente, nel nostro ordinamento giuridico, rappresenta un illecito. Non è consentito rinunciare alla vita. Se così non fosse dove andremmo a finire?».
«Non è consentito azzerare la libertà di scelta di un uomo. Se cancellassimo il libero arbitrio non potremmo più definirci uno stato liberale!». Replicai all’istante.
«Se posso permettermi, Signor Giudice». Zio Arturo prese la parola all’improvviso. «In questo caso invocare l’ipotesi del suicidio significa intraprendere un processo alle intenzioni molto astratto. Non risulta che quest’uomo abbia mai posto in essere atti di autolesionismo. Di che cosa stiamo parlando, dunque, di mere ipotesi?».
Il giudice annuì. «Sono d’accordo con lei, avvocato Battaglia».
“E bravo zio Arturo, applausi!”. Pensai. “Io ho parole banali, da scolaretto del diritto, le sue parole invece esplodono come dinamite nella testa dell’ascoltatore”.
Fummo invitati a lasciare l’aula, per la celebrazione di una camera di consiglio che si annunciava breve.
Dieci minuti dopo il cancelliere ci invitò ad entrare e il Dottor Martini lesse la sua ordinanza: il ricorso era accolto e il trattamento sanitario obbligatorio revocato con effetto immediato.
Ci scambiammo uno sguardo d’intesa, io e zio Arturo. E in me la gioia superò l’invidia.
Capita talvolta che in me la vanità prevalga sul principio deontologico che ci impone il segreto professionale.
E così interruppi un’accanita partita di scala quaranta con Claudia per raccontarle del Professor Rossi e di quanto era accaduto prima in ospedale e poi in un’aula di Tribunale.
Lei perse il sorriso. «Poveretto, che storia straziante. Credo che un uomo anziano preferirebbe morire piuttosto che veder morire la propria compagna di una vita. Credo sia come se ti togliessero l’aria».
«Già». Commentai, desideroso di tornare a giocare.
Ma Claudia sembrava incupirsi sempre più. «Tra pochi giorni sarà Capodanno. Credi che abbia davvero intenzione di uccidersi?».
Sollevai le spalle. «Credo di no. Lo spero vivamente, ma chi può dirlo? Di certo non lo si può legare al letto».
«Ho un’idea!». Proclamò lei, mentre infilava le carte nella scatola, decretando la fine della partita. «Lo inviteremo da noi per l’ultimo dell’anno. È una persona a te molto cara. E chi è caro a te è caro anche a me».
La guardai esterrefatto. «Ma dai. Il 31 siamo invitati dalla tua amica Tatiana. Se la prenderebbe a morte ed è oggettivamente troppo tardi per disdire».
«Tatiana la vedo ogni settimana…capirà la situazione. Abbiamo tra le mani un caso umano scottante. E i casi umani sono più importanti di una serata con gli amici. Ti pare?».
Scivolai sul divano accanto a lei. «Ma dici sul serio, amo?».
«Dico sul serio».
Mi alzai di scatto. «E allora sta bene. Chiamo subito il professore».
«E io chiamo Tatiana».
Sembrava un’idea folle, ma ci impegnammo a realizzarla.
Il 31 dicembre, dalla mattina alle nove, ci mettemmo febbrilmente al lavoro. Io gonfiai una moltitudine di palloncini, finché ebbi fiato, e li appesi ad un nastro teso lungo tutto il perimetro del salotto.
Claudia piazzò ben sedici candele. Ne pose una persino in bagno. Addobbammo l’albero ancora sguarnito e mettemmo in bella mostra il presepe, che prendeva polvere lungo il corridoio.
Del menù, ovviamente, si occupò la mia ragazza: antipasti con salumi, frutta, tartine di caviale e insalata russa: un bis di primi con risotto alla milanese e ravioli in brodo; cotechino e zampone con lenticchie e purè; per finire fette di panettone ricoperte di mascarpone.
Il professore fu puntualissimo e si presentò alle diciannove e trenta in punto.
Quando varcò la soglia, lo abbracciai con affetto. Insistette per consegnarmi una busta gonfia di contanti. «Sono soldi meritati. Mi hai restituito la vita. L’esperienza in quel reparto di psichiatria mi ha profondamente segnato. Non è stata tanto la mia personale sofferenza, quanto le scene orribili a cui ho dovuto assistere: gente ristretta a letto con la forza, che urlava con la bava alla bocca, gente che si buttava a terra disperata, tentando di ferirsi, gente che sputava le medicine o vomitava i pasti addosso a medici e infermieri…».
«Non pensarci. Tutto questo è passato. Ora sei tornato a casa, per fortuna». Gli misi una mano sulla spalla. Ero felice di rivederlo in smoking e papillon, con le sue scarpe di lucertola ai piedi. Sembrava tornato il solenne e autorevole docente di un tempo.
Lui, però, scosse la testa. «Non è bene che io dimentichi. È bene che io ricordi, invece. Quelle immagini possono aiutarmi ad accettare il dolore e a capire quanto sono stato fortunato, nella mia vita. C’erano tanti giovani lì dentro…davvero tanti».
Un cassetto della mia memoria si spalancò all’improvviso e lo abbracciai una seconda volta. «Prof, mi ricordo una sua lezione. Il senso del discorso che ci fece era più o meno questo: se non sai affrontare il dolore degli altri, alla fine non saprai affrontare nemmeno il tuo».
«Già». Mi guardò con affetto. «Alessio, per favore. Dammi del tu».
«Lo farò. È un onore».
Ci mettemmo a tavola e Angelo fu pieno di gratitudine e di complimenti, per il cibo, per la casa, per la nostra gentilezza.
«La sai una cosa Alessio?». Biascicò, mentre addentava una tartina. «Una volta all’anno dovremmo fare una bella cena con tutti i tuoi compagni. Sono curioso di sapere che fine hanno fatto».
Fu allora che mi venne l’idea di scattare un selfie a noi tre e di postarlo sul gruppo degli ex compagni di liceo. Subito fioccarono i commenti “Nooo…prof, venga anche a casa mia…Professor Rossi non mi sono dimenticata di lei perché è un grande…prof mi ricordo ancora la sua frase: ragazzi, nella vita siate eccessivi. Nella vita chi non da tutto finisce per non dare nulla…”.
Glieli feci leggere e intravidi una lacrima, lungo la sua guancia destra.
Poi fissai negli occhi Claudia e mi feci contagiare dal suo sorriso.
E per la prima volta desiderai che fosse mia moglie.
Trattamento sanitario obbligatorio psichiatrico
Che cos’è?
L’istituto giuridico del trattamento sanitario obbligatorio psichiatrico rappresenta un’eccezione al principio, sancito dall’articolo 32 della carta costituzionale, secondo il quale alcun individuo può essere sottoposto, senza il suo consenso, a trattamenti sanitari.
Il trattamento sanitario obbligatorio psichiatrico, disposto con un provvedimento medico – legale sottoscritto dal sindaco, comporta la sottoposizione del paziente affetto da grave disturbo mentale, anche contro la sua volontà e a mezzo di ricovero ospedaliero coatto, a cure sanitarie urgenti che non possono essere prestate altrimenti, ovvero all’esterno di presidi ospedalieri.
Il trattamento sanitario obbligatorio psichiatrico è disposto con ordinanza dal sindaco su proposta di due medici (di cui uno, certificante, appartenente alla ASL).
Per disturbo mentale grave s’intende un’alterazione delle facoltà psichiche del soggetto di tale gravità da determinare la concreta compromissione della capacità di giudizio.
Il trattamento sanitario obbligatorio psichiatrico può essere disposto e mantenuto in assenza di una tutela giurisdizionale del paziente?
No. L’ordinanza del sindaco che dispone il trattamento sanitario obbligatorio psichiatrico permane in vigore solo a seguito di provvedimento di convalida del giudice tutelare. Il sindaco, emesso il provvedimento applicativo della misura, deve, nelle successive 48 ore, trasmettere il provvedimento e la
documentazione medica relativa al Giudice tutelare il quale deve convalidare la misura nelle 48 ore successive.
In sede di convalida del TSOP, il paziente ha diritto di essere sentito dal Giudice tutelare ai fini della convalida/non convalida della misura?
Si. Lo prevede la recente sentenza della corte costituzionale n. 76/2025. Con tale pronuncia la corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 35 della legge 833 del 1978 (istitutiva del servizio sanitario nazionale) nella parte in cui non prevedeva che il provvedimento del sindaco che dispone il trattamento sanitario obbligatorio in condizioni di degenza ospedaliera sia comunicato alla persona sottoposta al trattamento; che la stesa sia sentita dal giudice tutelare prima della convalida e che il relativo decreto di convalida sia a quest’ultima notificato.
Il TSOP ha durata permanente?
No. Il provvedimento che dispone il TSOP resta in vigore 7 giorni, salvo rinnovi.
Durante il TSOP il paziente può incontrare il proprio avvocato?
Si. È garantito il diritto di interlocuzione tra il paziente sottoposto alla misura ed il proprio difensore, al fine di garantire il pieno esercizio dei propri diritti da parte della persona sottoposta alla misura.
Il provvedimento che dispone il TSOP è impugnabile in Tribunale?
Si. Il sottoposto alla misura può chiederne la revoca mediante ricorso da depositare in Tribunale nel termine perentorio di dieci giorni dalla notifica del decreto di convalida del provvedimento del sindaco emesso dal giudice tutelare.
Il ricorso può essere esperito dalla persona sottoposta al trattamento, da un suo familiare e da chiunque altro vi abbia interesse.
Il ricorso è esente da costi vivi e può essere sottoscritto personalmente dal diretto interessato, senza l’assistenza di un avvocato.
