Diritto penale
A tredici anni
Il mio cugino di terzo grado Federico, più grande di me di sette anni, è sempre stato universalmente considerato, forse non a torto, la pecora nera della famiglia.
La rabbia e la frustrazione per la manifesta inferiorità nei confronti del fratello minore Riccardo, il cocco di casa, che i genitori non mancavano di sottolineare, lo avevano costretto ad indossare i panni del disadattato sociale.
Suo padre Giorgio ripeteva: «Federico mi resterà sul gobbo per tutta la vita». E tutti gli davano ragione, lodando la sua pazienza di genitore la cui generosità era stata ingiustamente delusa.
C’era poco da obiettare: Riccardo era bravo in tutto mentre lui, il primogenito, non era bravo in nulla.
A diciassette anni, quando io potevo solo sognare di fare l’avvocato, Federico commisse il suo primo reato: il furto nottetempo di una bicicletta legata ad un palo della luce, in un sobborgo della periferia Nord di Milano. Sembrava una ragazzata ma rischiò di finire in tragedia. Dandosi a precipitosa fuga dopo il misfatto, sul manto stradale viscido per l’intensa pioggia, Federico andò ad impattare frontalmente contro un furgoncino in sosta a margine della carreggiata, riportando gravi ferite al volto. Si resero necessari due interventi chirurgici di ricostruzione facciale, ma il suo aspetto ne risultò deturpato per sempre.
Guardandosi allo specchio, al mattino, lui si vedeva come un mostro e coloro che gli vivevano accanto, familiari compresi, impararono a guardarlo allo stesso modo.
Molti si riferivano a lui, in segno di disprezzo, chiamandolo “lo sfregiato”.
A trentatré anni, mentre Riccardo inaugurava il suo primo ristorante tra sorrisi dei genitori e coppe di spumante, lui patteggiava una pena di due anni di detenzione per estorsione.
La sua fidanzata sudamericana aveva deciso di lasciarlo ed era già sulla porta di casa con un valigione al seguito, quando lui aveva deciso di puntarle un coltello alla gola intimandole di restituirgli tutti i regali che le aveva fatto durante la loro relazione, fino all’ultimo. Si era deciso a liberarla dalla minaccia solo quando in suo possesso era tornato persino un insignificante orsacchiotto di peluche. Io ero già praticante avvocato all’epoca, ma lui aveva preferito farsi assistere da un difensore d’ufficio, per la vergogna che provava.
Eppure pecora nera della famiglia mi era simpatico, forse perché era stato allontanato da tutti o forse per la sua carica di ribellione alle regole di convivenza che in me, per timidezza, rimaneva una miccia inesplosa.
Da ragazzi ci eravamo divertiti tanto, nonostante la differenza d’età, affrontandoci in accanite battaglie, con le armi più improvvisate, nei campi di grano accanto alla villetta di nonna Maria. Preferivo confidarmi con lui perché, al contrario dell’inappuntabile fratello Riccardo, sapevo che non sarei stato giudicato per le mie stranezze.
Il pomeriggio che Federico mi telefonò in studio, per dirmi che aveva bisogno del mio aiuto per risolvere “una bega”, non mi sorpresi affatto, anzi finii per ipotizzare la commissione di reati gravi visto il curriculum penale di cui mio cugino si era macchiato.
Quando lo vidi emergere dalla penombra del corridoio, davanti alla mia porta, quasi non lo riconobbi. Erano più di otto anni che non ci si vedeva e lo scorrere del tempo sembrava avere scavato sul suo volto solchi indelebili. Era pelle e ossa, con gli occhi infossati per la tristezza.
Ci abbracciammo.
«Mi fa un certo effetto vederti in giacca e cravatta». Esordì lui.
«E a me fa un certo effetto essere il tuo avvocato». Sorrisi di rimando.
Lo feci accomodare nella mia stanza, mentre in tutto lo studio riverberava la voce del mio socio Claudio, con un tono di insolita perentorietà. Stava litigando con un cliente che proprio non voleva saperne di seguire i suoi consigli.
Per rompere il ghiaccio evocai in mio cugino il ricordo di alcune comuni bravate adolescenziali e per venti minuti buoni ci tuffammo nei cassetti di una memoria condivisa.
Quando lo vidi finalmente a proprio agio venni al punto. «Cosa posso fare per te?».
Lui abbassò lo sguardo. «Ho fatto una stronzata che può rovinarmi la vita».
«Raccontami».
«Ti ricordi di mio fratello Riccardo?».
«Il ristoratore. Ma certo!».
«Proprio lui. Non siamo in buoni rapporti ultimamente. Mi ha appena rifiutato un lavoro come cameriere nel suo secondo ristorante. Riccardo ha un figlio di tredici anni, Davide, sfegatato tifoso dell’Inter come me. Domenica sera l’ho portato a vedere Inter Fiorentina, di nascosto da suo padre che pensava fosse
con la famiglia di un compagno di classe, e poi siamo andati a cena. Avevo bevuto un po’ troppo e ho fatto la cazzata». S’interruppe per frugare nelle tasche del suo impermeabile.
«Che cazzata?». Lo incalzai.
«Ho parlato male a Davide di suo padre. L’ho definito spilorcio perché mi aveva rifiutato il lavoro e lui, il ragazzo, mi ha dato ragione. Diceva: mio padre è taccagno, non vuole regalarmi l’abbonamento all’Inter. È pieno di soldi e lesina persino sulle mancette. E mi ha incoraggiato a sfogarmi. Diceva: prendi il cellulare e scrivi un bel post su Facebook. Scrivi quello che pensi di lui. Si merita una bella lezione!». Fece cadere una foto sulla scrivania. «E io l’ho fatto. Sono stato sempre bravo nei fotomontaggi».
Presi il foglio stampato in bianco e nero e lo esaminai con attenzione.
Si vedeva mio cugino Riccardo, a testa in giù, mentre si tuffava in una immaginaria gigantesca vasca vuota, alla cui base era inciso il simbolo del dollaro. Sotto c’era un’iscrizione:
“Caro fratellino mio, Riccardo Luci, finto Paperon de Paperoni, spilorcio dei miei stivali, spero tu possa romperti l’osso del collo, in una vasca vuota di denaro”
Soffocai una risata. «Non dirmi che sei preoccupato per questo. Una diffamazione aggravata dall’uso dei social è niente rispetto ai tuoi trascorsi penali. Non ti pare?».
«E invece no». Replicò lui, con prontezza. «Ho sulle spalle una condanna a quattro anni per la quale ho chiesto l’affidamento in prova al servizio sociale. Il mio avvocato nell’altro processo mi ha detto che possono negarmi la misura alternativa se ai gravi precedenti che ho sulla fedina si aggiunge questa stronzata. E Riccardo mi ha fatto sapere che lunedì mi denuncerà. Questa sciocchezza può costarmi anni di galera, capisci?».
«Capisco. Mi spiace. Perché non provi a parlare con Riccardo? In fondo siete fratelli».
Lui scosse la testa. «Non vuole parlarmi. Lui mi odia».
«Provaci. Potresti offrirgli un risarcimento del danno».
Fece un sorriso amaro. «Quale risarcimento? Non ho una lira. Per questo ho mendicato un posto da cameriere. Mi sarebbe servito anche ad evitare il carcere».
Mi piegai verso di lui, alla ricerca di una vecchia e indimenticata intimità.
«Vuoi che ci parli io?».
Sgranò gli occhi, finalmente speranzosi. «Ti prego. Fallo!».
«Ci proverò».
Lo accompagnai fino all’ascensore. Sul pianerottolo si sfogò. «Tutta colpa di quel demonio di mio nipote Davide. Ma quando ho detto al mio avvocato che volevo denunciarlo mi ha riso in faccia. Mi ha detto: ma lo sanno tutti che i minori di quattordici anni non sono imputabili».
«Beh…se ne avessi parlato a me ti avrei riso in faccia anche io».
«Sono nelle tue mani, Ale».
«Speriamo di no». Gli risposi con una battuta sdrammatizzante.
Dopo che ci fummo lasciati, pensai a quanto fosse paradossale il diritto penale. Si subiscono condanne gravi pur continuando a condurre un’esistenza normale e un bel giorno, per una sciocchezza, ci si trova in carcere per via dei troppi precedenti.
Il pomeriggio successivo non persi tempo e telefonai a Riccardo. Lo trovai nel suo nuovo ristorante.
«Oh, Ale. Il mio cugino perdente!». Quel simpaticone di Riccardo si riferiva alle nostre sfide di un tempo a pingpong e a Bowling, in cui si vantava di avermi sempre battuto.
«Hai parlato con Federico, vero? È per questo che mi chiami?».
«Proprio così». Ammisi.
«Sappi che lunedì lo denuncerò. Non cambio idea. Merita una lezione».
«Possiamo almeno parlarne?».
«Come no. Vieni domani a cena al mio ristorante. Sarai mio ospite».
E io accettai.
Mio cugino era sempre stato incline alla megalomania. Il nome del suo nuovo ristorante “Al branzino d’oro” mi sembrava eccentrico, ai limiti del cattivo gusto.
Lui mi accolse sulla soglia del locale con un largo sorriso e ci sedemmo al tavolo d’angolo, apparecchiato addirittura per sei persone.
Due solerti camerieri ci servirono subito un antipasto assortito di pesce crudo e lui fece molto battute. Poi mi trafisse con uno sguardo gelido. «Io alla querela non rinuncio».
«Dovresti pensarci, Riky. Tuo fratello è nei guai. Se lo denunci rischia il carcere».
«Meglio in carcere che fuori a combinare guai. È un incapace totale».
«Vorrebbe lavorare, invece. Ti ha anche chiesto di fare il cameriere».
Lui si guardò attorno, con circospezione, abbassando la voce. «Ale, tra i miei clienti io ho molti vip. Da chi li faccio servire, da un pluripregiudicato?».
«Se tutti la pensassero come te nessuno che esce dal carcere troverebbe mai un’onesta occupazione. Allora le carceri si riempirebbero di disperati recidivi».
Lui annuì, mentre sorseggiava un prosecco. «Il tuo ragionamento va bene in astratto, ma non in concreto e nel mio caso specifico. Io sono un uomo in vista, Ale, con quell’assurdo post lui mi ha fatto cattiva pubblicità, rischiando di danneggiare la mia impresa. Ha condiviso il post con la mia bacheca personale. Ma ci rendiamo conto?».
«Hai ragione». Ammisi. «Ma è pur sempre tuo fratello. Vuoi dargli un’altra possibilità?».
Lui non si convinse. «Sarebbe l’ennesima. Ho già risarcito il danno a una sua ex che l’aveva denunciato per stalking e ho ripagato i suoi debiti di gioco. Sono forse il suo bancomat personale?».
«Allora hai proprio deciso?».
«Si ho deciso». E mi batté una mano sulla spalla. «Devi provare il mio risotto con la spigola». Si volse alle sue spalle e schioccò due dita. Un uomo orientale, stretto in una divisa bianca e con un cappello da cuoco in testa annuì, prima di sparire tra i vapori della cucina.
Alla fine non avevo cavato un ragno dal buco. Avevo solo mangiato bene, persino da applausi.
Quella sera decisi di tornare a casa a piedi. C’era un bel fresco ristoratore e in mezz’ora avrei raggiunto la mia meta.
Mi è capitato in più occasioni di fallire nelle mie missioni conciliative, ma quella volta mi dispiacque in modo particolare.
Perché? Forse perché c’erano di mezzo i rapporti familiari. Ho sempre trovato assurde le contese domestiche, specie quelle tra fratelli. Un fratello è una risorsa preziosa. Da figlio unico ho sempre sognato di avere un fratello e se la vita me ne avesse fatto dono sono stracerto che avrei saputo custodirlo e farlo
fruttare.
Arrivato a casa constatai che Claudia stava già dormendo e ne approfittai per soddisfare alcune curiosità al computer. Non avete anche voi le vostre insensate manie? La mia, ormai da tempo, è quella di passare in rassegna le condizioni meteo delle principali capitali del pianeta. Mi diverto a confrontarle con quelle di Milano e in quel momento è come se viaggiassi nello spazio, su e giù per il globo.
Ma, all’improvviso, fui vinto da un tormento: quale sarebbe stato il momento più propizio per chiedere a Claudia di sposarmi? E quale il luogo più suggestivo per consegnarle l’anello?
Quelle domande un po’ mi facevano paura, perché ne evocavano un’altra la cui risposta non dipendeva da me: quante possibilità c’erano che lei mi rispondesse “No. Non lo voglio”?
Non era forse il matrimonio stesso a farmi paura? Forse, ma quella paura avevo deciso di affrontarla guardandola negli occhi.
Ne parlai con zio Arturo, a cena, nella sua magione in Brianza. Mi illustrò il suo pensiero, mentre i lupi facevano sentire la loro voce dal parco.
«Organizza un viaggetto a Parigi. E falle la proposta in cima alla Tour Eiffel. Spettacolare, no?».
«Io direi eccessivo».
E lui replicò con la consueta prontezza da avvoltoio. «Perché chiedi consiglio a me, se non vuoi soluzioni eccessive?».
Feci fatica a smettere di ridere. E rise anche lui, con me.
«Pronto studio Mayer, buongiorno!».
«Ciao Ale, sono Fede».
«Ciao Federico, come va?».
«Ho una speranza. Ho seguito il tuo primo consiglio e ho chiamato mio fratello. Dice che ha riflettuto e che forse c’è un modo per risolvere il mio problema. Vuole vedere entrambi, anche te, al ristorante. Sei libero per pranzo?».
«Ci vediamo lì alle tredici».
La curiosità mi fece camminare più in fretta, tanto che arrivai al branzino d’oro in meno di venti minuti.
Federico mi aspettava sulla panchina di legno, fuori dal locale. Si era già fumato una mezza dozzina di sigarette ed era in grande apprensione.
«Meno male che ci sei anche tu, Ale, così mi sento più tranquillo».
Riccardo ci aspettava allo stesso tavolo d’angolo al quale avevamo cenato, io e lui, qualche giorno prima.
Ci fece attendere almeno dieci minuti, mentre continuava a sgranare un rosario di ordini e prescrizioni al suo fornitore.
Frattanto un ragazzino smilzo sgattaiolò fuori dalla cucina, con una focaccia tra le mani, e venne a sedere a quello stesso tavolo, proprio al mio fianco.
Ci scambiammo un sorriso, mentre Federico preferì voltarsi dall’altra parte.
Negli occhi del ragazzino baluginava una luce furba, fin troppo sveglia.
Un ciuffo di capelli castani, più curato del mio, gli spioveva davanti all’occhio destro.
Finalmente Riccardo riemerse dalla sua frenetica conversazione e si dedicò a noi, con apparente entusiasmo. Allargò le braccia in un gesto plateale che lo caratterizzava, me lo ricordo bene, fin dall’adolescenza.
«Ale, ho il piacere di presentarti mio figlio Davide. Un vero genio. Davide, lui è Alessio Mayer, un bravo avvocato. Vi conoscete oggi ma puoi chiamarlo zio anche se io e lui siamo solo lontani cugini».
Mi feci avanti e allungai la mia mano sottile. «Piacere Davide».
Il ragazzo sorrise, mostrando una totale assenza di imbarazzo. «Piacere zio Ale».
Lo guardai meglio negli occhi e mi dissi che Federico aveva ragione, una volta tanto. “In questo ragazzo c’è qualcosa di diabolico, eccome”. Riflettei.
Riccardo si impossessò della scena, come un vero anfitrione. «Ho pensato molto a quanto accaduto e ho avuto un’idea. Anzitutto ho apprezzato molto il post di scuse su Facebook di Federico, la sua telefonata affranta, la sua disponibilità a rimediare al torto fatto. Così ho deciso di assumerlo come cameriere al branzino d’oro».
Il volto di Federico, prima contratto per la tensione, si distese in un sorriso commosso.
Io battei una mano sulla spalla del padrone di casa. «Bravo, Riky. Sei una grande persona».
Riccardo riprese la parola, con severità. «C’è un ma, o meglio, una condizione imprescindibile che io pongo. Per sei mesi mio fratello non percepirà alcuno stipendio. Compenseremo con tutto il denaro che ho dovuto spendere per lui, per i debiti di gioco e per tutto il resto».
Federico reclinò il capo. «Accetto. Anche io desidero chiudere i conti. Comunque ti ringrazio».
Riccardo scosse la testa e indicò il figlio. «Devi ringraziare lui, non me. È stata sua l’idea».
«Accidenti». Commentai. «Un vero genio. E pensare che a tredici anni io, invece di fare i conti della cassa, giocavo ancora col lego».
Riccardo strinse forte a sé l’adorato figlio. «Lui sarà l’erede del mio impero. Tale padre e tale figlio».
«Eh già. Davide sa stare al mondo». Confermai.
Fu allora che il moccioso mi inquadrò nel mirino dei suoi occhi da furbetto.
«Allora non è necessario studiare legge per stare al mondo, non è vero zio Ale?».
Mi morsi un labbro. «Proprio così… A quanto pare».
Il ragazzino continuò a darmi il tormento. «Sei rimasto deluso dal fatto di non essere stato tu a risolvere questo caso?».
“Dio mio”. Pensai “Quanto vorrei mettergli le mani al collo”. E riuscii a fatica a far schiumare la rabbia. Però decisi di prendermi una stupida rivincita.
«Davide, vuoi festeggiare il tuo piccolo trionfo offrendo tu il prossimo giro di spumante?».
E lui, con uno sguardo finalmente innocente. «Vorrei tanto, ma non ho i soldi».
E io mi produssi nel mio goffo affondo. «Giusto. I soldi li ha chi lavora. Tra qualche giorno, grazie al mio conto corrente potrò invitare a Parigi la mia fidanzata e darle l’anello di fidanzamento in cima alla Tour Eiffel. Spero che anche tu un giorno abbia i soldi per farlo».
Lui non disse nulla e cominciò a occhieggiare il suo cellulare.
Subito dopo la mia rivincita, mi sentii terribilmente ridicolo a prendermela co un tredicenne. Forse io stesso non avevo mai smesso di avere tredici anni?
Ancora non sapevo che non sarei mai andato a Parigi.
Non sapevo neppure che non avrei mai regalato un anello a Claudia.
La vita è strana: a volte scopri di amare davvero una persona poco prima di
perderla.
Glosse
Per le glosse sulla Diffamazione si rimanda il lettore al racconto intitolato Un caso paradossale.
