Un uomo a metà
«Mi spiace davvero tanto, Ale, ma non ti amo più».
Quando sentii queste parole credetti che sarei morto all’istante. Era come se d’improvviso mi fosse stata rubata l’intera vita e non solo la sua metà, come si suppone negli stereotipi senza senso che ripete la massa.
Claudia mi guardava con un misto di risolutezza e costernazione. Le lacrime trattenute le facevano luccicare gli occhi. Era determinata, come sempre, lo capii subito.
Ero alla ricerca di un perché, ma lei sapeva solo scuotere la testa.
«Forse sono troppo buono, vero? Ti piacerebbe che io fossi più duro?».
Capii di avere detto una sciocchezza nel momento esatto in cui avevo pronunciato l’ultima di quelle assurde parole e la pregai di dimenticare la mia stupida domanda. E lei lo fece, perché era infinitamente più intelligente di me.
Ci abbracciammo per alcuni minuti. Lei si sfilò l’anello e fece il gesto di restituirmelo, ma io rifiutai. «Così avrai un ricordo di me». Sussurrai con la voce rotta dall’emozione.
Quando mi ritrovai da solo in strada, sperimentai quanto fosse devastante perdere un bene prezioso proprio nel momento in cui confidavo di poterci far conto per tutta la vita.
Che stupido che ero stato, mi dissi, a ponderare solo i miei dubbi sul nostro matrimonio, senza mai chiedermi se lei fosse sufficientemente convita di trascorrere con me il resto della sua vita. Avevo dato il suo sì per acquisito, ecco l’assurdità. Che egocentrismo!
Quando dai una persona per scontata nella tua vita e smetti di sforzarti di vedere le cose anche dal suo punto di vista, quando smetti di chiederti se davvero la rendi felice, finisci per perderla.
E io l’avevo persa proprio quando sarei stato pronto a inginocchiarmi davanti a lei per sillabare la fatidica e a volte drammatica domanda: “Vuoi sposarmi”?
Misi un piede davanti all’altro, indifferente ai volti delle persone che incrociavo lungo il marciapiede, fino al Dublin Pub, il mio posto preferito per le bevute. Sapevo che in quel locale, addobbato per ricordare il più possibile le gaie, chiassose e variopinte birrerie irlandesi, avrei trovato qualche pseudo amico, uno di quelli con cui commenti l’attualità politica e i risultati delle partite di calcio. Avevo solo intenzione di stordirmi di birra, per evitare di pensare all’inattesa svolta a cui era giunta la mia mediocre esistenza e anche ai risvolti che quel repentino cambiamento avrebbe comportato.
Mi sedetti al bancone e riconobbi, accanto a me, Riccardo, un quarantenne nel quale mi imbattevo lì dentro, di tanto in tanto, e che sapevo lavorare in Svizzera, come frontaliero, con un lauto stipendio e la perenne prospettiva di uno sviluppo di carriera.
Era molto tempo che non veniva al Dublin e lo vidi molto cambiato, in peggio: lo sguardo acquoso, la barba sfatta, i capelli spettinati e la postura ingobbita.
Mi batté una mano sulla spalla. «Quanto tempo, eh Alessio? Non vedo il tuo solito sorriso. Brutta giornata?».
«Ci hai preso. Giornataccia. Sono stato lasciato dalla mia fidanzata».
«Capisco, ma sai una cosa? Se succede meglio che sia prima e non dopo la nascita dei figli».
«Già. Come darti torto? Ma anche prima è brutto, se non ci sei preparato. Non ci voglio pensare. Voglio solo bere».
«Se la tua è una giornataccia, la mia adesso è una vitaccia. Mi sono separato da quattro mesi: 600 euro di mantenimento per ciascuno dei miei due figli, più il cinquanta per cento delle spese straordinarie. E come se non bastasse, una settimana fa mi hanno licenziato. Gli svizzeri non vanno tanto per il sottile. Un dirigente lo lasciano a casa da un giorno all’altro e grazie tante. Non esiste neppure un vero e proprio TFR. Io adesso vivo in uno squallido monolocale. Se non trovo lavoro finirò per dormire in macchina…ah no, quella l’ho sfasciata in un incidente. Colpa mia. L’assicurazione non mi rimborsa».
«Oddio, mi spiace. E tua moglie? Intendo dire lavora?».
«Beata lei. Si è già rifatta una vita con un imprenditore…pellame. Adesso vive nella sua villa con piscina».
«Cavoli, che storia…».
«600 più 600 fanno 1.200. Più 500 d’affitto fanno 1.900. Tra poco non mi resterà denaro nemmeno per una birra».
Quelle parole rappresentarono per la mia mente una scossa benefica. Mi convinsero a svestire i panni del fidanzato mollato e a vestire quelli dell’avvocato preparato e persuasivo. In altre parole, come per magia, l’Alessio gattino da salotto fece posto a Alessinik, l’eroe con la toga al posto del mantello.
«Ma scusa, prendi in mano la situazione e difenditi in Tribunale. La nostra legge ti mette a disposizione gli strumenti per far valere le tue ragioni».
Riccardo sgranò gli occhi e inarcò le sopracciglia. «Ah già, ogni tanto mi dimentico che sei avvocato. Sai hai quella faccia da bambino…dimmi, ti ascolto. Cosa mi consigli?».
Gli consigliai di chiedere la modifica delle condizioni di separazione, con un apposito ricorso in tribunale che sarei stato disposto a scrivere e a depositare personalmente anche in tempi brevissimi.
Gli spiegai che le condizioni di separazione, come anche quelle di divorzio, non sono fisse e immutabili, ma possono variare nel tempo al modificarsi della situazione patrimoniale delle parti.
Cercai di essere chiaro. «Facciamo un esempio: se io devo versare un certo mantenimento stabilito dal giudice e mi impoverisco o mia moglie si arricchisce, posso chiedere la riduzione dell’importo mensile che sono tenuto a versare. Al contrario, se io ricevo il mantenimento posso chiederne l’aumento se io mi impoverisco e chi paga si arricchisce. Capito?».
«Grazie».
Gli allungai il biglietto da visita di studio e mi accorsi che le mie mani erano affette da un lieve tremore. «Vieni in studio che ne parliamo. Faresti del bene anche a me. Più mi tuffo nel lavoro meno penso a Claudia».
Lui promise che si sarebbe fatto vivo.
Finalmente ordinai una Ceres.
Quando ebbi il boccale tra le mani, mi avvicinai a Riccardo.
«Secondo te, quante possibilità ci sono che una donna che ti lascia senza apparente ragione, solo perché non ti ama più, abbia in realtà un altro uomo?».
Lui si morse un labbro. «Per me cento su cento. Ma la cosa più sbagliata che potresti fare è pedinarla. Lascia perdere e goditi la vita».
«Già». E mi scolai la birra alla velocità della luce.
Andai a letto piuttosto brillo, alle due di notte, con la convinzione che non mi sarei affatto addormentato. Invece, non appena misi la testa sul cuscino, scivolai nel sonno, seppur agitato.
Ebbi uno strano incubo: io e Riccardo eravamo su una piccola barca, risucchiata nel vortice di una tempesta. Cercavamo di aiutarci a vicenda, ma la forza del vento sembrava sopraffarci ineluttabilmente.
Per fortuna mi sveglia prima di finire con la testa sottacqua.
Per un mese frequentai stabilmente il Dublin spesso da solo, talvolta in compagnia di pochi selezionati amici tra cui il mio socio Claudio, ma non rividi Riccardo. Non si fece neppure sentire in studio.
E smisi di pensare a lui.
Un giorno me lo ritrovai alla porta.
«Posso prendere un appuntamento?». Esordì, con cautela.
«Sono libero. Ti ricevo subito». Fui felice di vederlo perché sentivo di avere molto in comune con lui, almeno negli ultimi infelici tempi. Nel suo dolore si specchiava il mio. A entrambi un nemico invisibile e irresistibile aveva strappato il cuore. Io, però, avevo conservato la dignità, continuando a lavorare a costo di spegnere la mente. Mi proteggeva lo status di avvocato; la fierezza della professione che fin da bambino avevo sognato di fare. Lui invece sembrava torturato da un dolore insopportabile, che piegava la sua capacità di reazione.
Fu un fiume in piena di dettagli e io riempii svariate pagine di appunti.
La situazione di Riccardo era peggiore di quel che avevo pensato.
Non si trattava solo di soldi, ma anche di affetti e persino di penale.
Riccardo era arrivato agli sgoccioli delle sue risorse finanziarie. Non avendo un immobile da offrire in garanzia si era sentito rifiutare un mutuo dalla sua banca, nonostante l’amicizia vantata col direttore. Così aveva smesso, di punto in bianco, di pagare il mantenimento. Allora la moglie lo aveva minacciato di una querela e di non fargli vedere più i bambini.
«Che mossa sleale. Che ricatto ignobile». Commentai a denti stretti.
Lui mi diede ragione e fu felice della mia solidarietà.
Gli feci firmare una delega per aprire una pratica ufficiale.
Gli chiesi un acconto di mille euro.
Per prima cosa scrissi una raccomandata alla moglie del mio cliente, illustrando le ragioni per cui Riccardo intendeva rivedere al ribasso l’importo del mantenimento.
Mi rispose un tale avvocato Laudisi. Non quello che aveva patrocinato la signora nel giudizio di separazione, un altro.
Ciò che lessi non fu propriamente una replica al mio scritto, bensì un vero e proprio romanzo, di ben sette pagine, il cui protagonista unico, con le sue vere o presunte malefatte, era il mio cliente in persona.
Riccardo veniva descritto come un impenitente beone, irresponsabile e lussurioso, pronto a dissanguare le finanze familiari per soddisfare ogni genere di vizio, compresa l’abitudine a frequentare costosissimi circoli per scambisti.
Nella lettera si sottolineava lo stato di ebbrezza in cui a più riprese la moglie avrebbe sorpreso il marito, il totale disinteresse di quest’ultimo per i figli e la continua latitanza nei momenti importanti della vita familiare, come compleanni, onomastici e anniversari.
Si stigmatizzava infine la scelta di Riccardo di investire i risparmi rimasti sul conto corrente nell’acquisto, ritenuto superfluo, di una prestigiosa autovettura poi distrutta in un incidente, per fortuna senza feriti, provocata dall’ebbrezza alcolica del guidatore: Riccardo in persona.
Possibilità di accordo anche solo sulla riduzione del mantenimento? Nessuna.
“Mancava solo che scrivessero: ci vedremo in tribunale”. Pensai, mentre infilavo nella pratica quella missiva ricca solo di spunti polemici.
Decisi di non riferirne il contenuto al mio assistito. L’unico risultato che avrei ottenuto sarebbe stato quello di incrementare la tensione tra le parti e non ce n’era davvero bisogno. Quando ci sono bambini di mezzo meglio non litigare troppo.
Risposi a quella lettera contestandone il contenuto parola per parola. Precisai che in ogni caso il padre aveva il diritto di vedere i figli, “perché non sono i minori a dover pagare le colpe dei loro genitori”.
Per natura, forse anche per la mia indole mite, io ho sempre creduto molto nelle trattative. Con un accordo si è certi di ciò che ci si garantisce e di ciò che si evita, a fronte dell’incertezza dell’esito di un giudizio che spesso dipende da dichiarazioni testimoniali, per loro natura imprevedibili, e dall’interpretazione delle norme operata dal giudice, magari soggettiva e opinabile.
Talvolta mi sovviene il mantra di zio Arturo: “L’accordo migliore è quello che scontenta tutte le parti nella stessa misura”.
Constatato il fallimento del tentativo di sottoscrivere un accordo bonario, mi misi al lavoro per redigere il ricorso da depositare al tribunale di Milano, lo stesso che aveva pronunciato la separazione dei coniugi.
Scrissi un atto pieno di retorica, ma ne ero consapevole. Mi lanciai in iperboliche affermazioni sul fatto che un povero padre di famiglia non può essere condannato a marcire sotto i ponti per la sola “colpa” di avere generato figli. Se fosse vero il contrario, affermai, chi sceglierebbe di essere genitore?
Citai anche la giurisprudenza che sottolineava come l’obbligo di versare il mantenimento venisse meno nel caso in cui il beneficiario iniziasse una nuova relazione stabile, capace di garantire le stesse condizioni di vita.
La mattina dell’udienza accadde qualcosa che turbò la mia concentrazione.
Claudio mi disse che la mia ex fidanzata l’aveva chiamato al telefono in studio.
«E che cosa ti ha detto?». Lo interrogai con asprezza.
«Voleva sapere come stavi…se ti vedevo bene».
«E tu cosa le hai risposto?».
«Mi sono permesso di dirle che stavi male come un cane. Che ti sei buttato sul lavoro per non pensare, ma che si vede che soffri terribilmente».
«Non è vero!».
«Si che è vero. Stai andando avanti come un automa, come un meccanismo. Se non ti fermi a pensare a quello che è successo finirai per crollare. Claudia ti manca, perché fingere il contrario?».
«Non sto fingendo».
«Ho fatto bene a risponderle così. Lo ribadisco».
«Non è vero!». Dissi a voce alta. «Hai fatto proprio male. Posso perdere la donna della mia vita ma non la dignità. Se si perde la dignità si finisce come il mio cliente Riccardo, a fare incidenti stradali, a uccidersi di alcool e a vivere sotto i ponti».
«Che esagerato!». Rise il mio socio.
«Esagerato o no, se la senti ancora dille che sto benissimo. Anzi, che non sono stato meglio in vita mia e che le auguro di stare bene quanto me».
«Non fare il duro. Non ne sei capace».
«Non sto facendo il duro. Sto facendo l’uomo. Cosa che non ho mai fatto con lei…ah…a proposito, se la senti dille che da quando non sono più obbligato a pagare i suoi fantastici viaggi nel mondo non sono neanche più costretto a depredare i clienti».
Mi presentai puntualmente all’appuntamento con Riccardo, all’ingresso del tribunale di via San Barnaba.
Insieme raggiungemmo la stanza del giudice. Davanti alla porta chiusa c’era fermento. Si accalcava una piccola folla di persone in attesa.
Battibeccai con un paio di colleghi che volevano precedermi in aula, per imprecisate urgenze personali.
Davanti al giudice, dall’espressione corrucciata, io e il collega di controparte ci affrontammo in un duello dialettico all’ultimo sangue. La rabbia che covavo per le mie vicissitudini sentimentali mi rendeva più aggressivo del solito.
«Signor giudice». Esordii. «Qui abbiamo un uomo il cui unico programma di sopravvivenza prevede in futuro di vivere in macchina. Costretto com’è a versare soldi che non si può permettere al solo scopo di soddisfare i capricci di una moglie che intende iscrivere i figli a ogni genere di concorso…».
«Signor giudice». Replicò con prontezza l’avvocato Laudisi. «Qui, al contrario di ciò che dice il collega di controparte, abbiamo un uomo che ha dilapidato prima il patrimonio di famiglia e poi il suo personale. Ma le pare possibile che con venticinquemila euro sul conto uno spenda tutto per acquistare un’auto, assicurandola solo per danni verso terzi?».
«Signor giudice». Incalzai io. «Qui abbiamo una donna che convive con un ricco imprenditore in una sontuosa villa con piscina, una donna che ha di fatto costituito una nuova famiglia più agiata della precedente. Davvero ha ancora bisogno di spennare un povero marito senza lavoro e senza soldi?».
Il giudice, ascoltato con aria indifferente quel dibattito, ci congedò con un sorriso sardonico. «Mi riservo di decidere. La cancelleria vi notificherà il mio provvedimento». Poi rivolse a moglie e marito uno sguardo altezzoso. «Temo che rimpiangerete il fatto di non esservi messi d’accordo».
Lungo il corridoio Riccardo mi prese per un braccio. Sembrava preoccupato.
«Cosa significa quella frase del giudice?».
Mi strinsi nelle spalle. «Forse il giudice intendeva dire che la decisione scontenterà tutte le parti. Che non darà per intero ragione a nessuno».
Il provvedimento del giudice venne reso noto una settimana dopo: il mantenimento di cui restava debitore Riccardo veniva ridotto, per ciascuno dei due figli, da 600 a 300 euro al mese.
«Un colpo alla botte e uno al cerchio». Commentò il mio cliente, mentre leggeva l’ordinanza che gli avevo consegnato in copia.
«Proprio così». Confermai. «Se c’è una frase che riassume il senso concreto della giustizia forse è proprio questa: un colpo alla botte e uno al cerchio».
Riccardo mi strinse la mano, mentre si alzava dalla sedia per andarsene. «Ti ringrazio Ale, per avermi spinto a far valere i miei diritti. Ora mia moglie mi fa vedere i bambini. Abbiamo ristabilito un rapporto civile. Ah, dimenticavo. Ho conosciuto una bellissima donna…vorrei trasferirmi a vivere da lei».
«Ne sono felice». Sorrisi. «Bisogna sempre guardare avanti».
«Spero che possa farlo anche tu, Ale».
Quell’ultima frase pronunciata dal cliente, prima di sparire nel vano dell’ascensore, mi ferì come una sciabolata.
Ma al rientro in studio fui scosso da un improvviso fremito di eccitazione. Il viso affilato e sorridente di Claudia era comparso sul display del mio cellulare.
E io venni subito proiettato in un mondo parallelo, abitato solo dai miei sogni.
«Pronto Claudia?».
«Ciao, Ale».
Le condizioni di separazione e divorzio sono fisse e immutabili?
No. Le condizioni di separazione e divorzio, sia messe a verbale consensualmente dalle parti e omologate dal tribunale sia imposte con sentenza giudizialmente, devono ritenersi determinate rebus sic stantibus ovvero allo stato delle cose. Di tali condizioni le parti possono sempre chiedere la modifica dimostrando il mutamento della situazione patrimoniale e reddituale.
Il beneficiario del mantenimento potrà dunque chiederne l’incremento in caso di proprio depauperamento (licenziamento, riduzione di stipendio, nuove o maggiori spese etc) ovvero in caso di miglioramento della situazione patrimoniale del soggetto obbligato (aumento di stipendio, donazioni o
successioni testamentarie in proprio favore etc).
Viceversa il soggetto onerato potrà chiedere la riduzione del mantenimento in situazioni uguali e inverse.
Il ricorso sarà accolto qualora il mutamento patrimoniale sia significativo, dunque non irrilevante, tale da alterare l’equilibrio economico determinatosi tra le parti.
A chi si presenta la domanda di modifica delle condizioni di separazione o divorzio?
Giudizialmente la domanda si propone con ricorso di uno solo dei coniugi o di entrambi al Tribunale.
Tuttavia, se non ci sono punti controversi, si può anche ottenere la modifica con la negoziazione assistita tra avvocati (ma non nei casi di presenza di figli minori o disabili, a meno che non vi sia espressa autorizzazione della procura) ovvero con dichiarazione congiunta all’ufficiale di stato civile (solo quando
non vi sono figli minori, maggiorenni non autosufficienti, disabili e quando gli accordi sono solo patrimoniali).
Quale norma regola la materia?
L’articolo 710 c.p.c. come modificato dalla legge 29.12.2022 n. 197 (C.D. Riforma Cartabia).
