Diritto civile
8 Aprile
E venne il giorno del mio compleanno. L’8 aprile; esattamente come le trentuno volte precedenti.
Ero single da alcuni mesi e non mi rassegnavo alla mia nuova condizione.
Tempestavo Claudia di messaggi e telefonate, finché lei si stancava di rispondermi. Allora spegnevo il cellulare, per non assistere al deserto sul display, e rimanevo a fissare il vuoto anche per un’ora intera.
Ero diventato uno stalker, chi l’avrebbe mai detto? Quanto ad orgoglio e dignità non mi sono mai ritenuto un campione del mondo, ma pensavo almeno di avere un rispetto pressoché sacrale per le scelte altrui.
Zio Arturo era molto preoccupato e provava in ogni modo a scuotermi dalla mia apatia. Mi portò a cena e al cinema per tre volte in una settimana. Tutti ristoranti della guida Michelin e film premiati ai recenti Oscar. Mio zio ha avuto sempre criteri rigidi per individuare i film imperdibili: le stelline del Corriere della sera e i premi ottenuti a Venezia, Cannes e Los Angeles.
Lo zio organizzò anche la mia festa di compleanno a sorpresa, nel locale La Vie en rose, a due passi dal parco Sempione.
Mi ritrovai un autentico plotone di fans vocianti, già seduti al tavolo, in ordinata attesa dello sfigato appena mollato dalla fidanzata storica. Mi fece piacere, devo ammetterlo. Al momento propizio lo zio sapeva esplodere i colpi giusti. Abbracciai vecchi amici del liceo, persino delle medie, colleghi di università e di tribunale e parenti assortiti, stretti e alla lontana.
Il menù fu curato dallo zio con la consueta facondia: antipasto di caviale, primi e secondi di pesce, intervallati da un sorbetto al limone, e una torta alla crema e fragole da far invidia ai più prestigiosi banchetti nuziali.
Il regalo dello zio mi lasciò sbalordito: un abbonamento alla “Milano benissimo”, un circolo super esclusivo di City Life per vip e gente in vista.
Lo frequentai dal giorno successivo, sperando di imbattermi in clienti facoltosi, in grado di consolarmi col pagamento di lauti onorari.
Il colpo di fortuna detonò inatteso, quasi tre mesi più tardi, a fine luglio.
Mi ero appena accomodato sulla sdraio a bordo piscina, con una caipirinha tra le dita, quando mi avvidi di un signore che si accalorava al telefono al mio fianco.
Fissava inorridito un foglio, che aveva artigliato con la mano destra, e si lamentava con una certa collaboratrice di nome Sonia.
Aveva gli occhi fuori dalle orbite. «Arrivata da quattro giorni? Ma quattro giorni sono un’eternità. Perché non me l’avete detto subito? Per cosa vi pago? Questi approfittatori vanno ammutoliti all’istante, Sonia, non hai ancora capito che la vita è una guerra?».
E scuoteva la testa con vigore.
Ruotai il busto verso destra, guardai meglio e lo riconobbi: Riccardo Bonsignori, quarantenne cantante milanese di successo. Recentemente gli era stato attribuito il disco di platino. Al mattino mi risuonava sempre nella testa la sua famosissima “Odiatissima amante”, con quell’impressionante batteria che accompagnava il finale.
Pur temendo di risultare inopportuno, balzai in piedi e gli sorrisi, non appena ebbe terminato la sua rabbiosa comunicazione. Gli regalai il più ammirato dei sorrisi. «Signor Bonsignori, buongiorno. Grazie delle emozioni che ci regala con la sua musica. Sono un suo fan!». E allungai la mia mano destra, mentre la caipirinha mi scorreva, copiosa e maldestra, lungo il petto nudo.
Lui sgranò gli occhi. «Lei è avvocato, vero? L’ho vista in TV, mi ricordo…per quel processo in corte d’assise. L’avvocato Battaglia difendeva l’imputato e l’ha spuntata anche quella volta. Mi sbaglio?».
«Non si sbaglia. Arturo Battaglia è mio zio, per pura combinazione ci siamo trovati a combattere su fronti opposti e ovviamente ha vinto lui. Piacere, Alessio Mayer».
Strinse la mia mano, con convinzione. «Alessio Mayer, ma certo. Ora ricordo anche il suo nome. Non dubiti si rifarà in appello. Ci sarà un processo d’appello per quell’omicidio, giusto?».
«Giusto».
Ci guardammo un istante negli occhi. Poi il mio idolo prese l’iniziativa, sbatacchiando con violenza il foglio che reggeva tra le dita sul palmo dell’altra mano.
«Un avvocato…un bravo avvocato…proprio quello che mi serve!».
«Ah sì?».
«Proprio così».
«Cosa le è successo? Mi racconti. Spero di poterle essere utile. Per me sarebbe un onore».
Lui mi invitò a seguirlo lungo il perimetro della piscina fino ad un tavolino all’aperto dell’attiguo bar. «Una cosa assurda, impensabile. Un giovanotto, certamente spinto da una madre affamata di denaro, afferma di essere mio figlio. Ecco, legga questa lettera. È di un suo collega».
Mentre mi sedevo, sotto l’ombrellone, schioccai un’occhiata a quella missiva firmata da un certo Avvocato Luca Meazza.
Si leggeva di prove inconfutabili in possesso di controparte secondo le quali un tale Mario Provera, di venti anni d’età, sarebbe stato figlio naturale di Bonsignori. Più precisamente sarebbe stato concepito a Rimini, con una tale Signora Eleonora, asseritamente conosciuta dal cantante nel corso di una vacanza al mare.
Si faceva riferimento a fotografie che avrebbero immortalato il mio cliente, ancora giovane, accanto alla madre del ragazzo e a una fitta corrispondenza amorosa intrattenuta tra le parti nei mesi successivi e che l’avvocato si riservava di esibire o produrre nelle sedi più opportune.
La lettera si concludeva invitando, in via bonaria, il Bonsignori a sottoporsi a test del DNA, onde acclarare con certezza scientifica il rapporto di filiazione naturale ed evitare un costoso giudizio.
Si preannunciava la volontà dell’assistito, in mancanza di accordo, di adire le vie legali per un accertamento giudiziale della supposta paternità.
«Non mi sottoporrò ad alcun test, Mayer. Facciano ciò che vogliono. Il mondo è pieno di gente che percorre scorciatoie per raggranellare denaro». Grugnì l’artista, mentre sollevava una mano per richiamare l’attenzione di una giovane cameriera a cui chiese due Ceres.
Si volse verso di me, con aria austera. «Cosa mi fanno se mi rifiuto di fare il test? Mi arrestano forse?».
«Non possono farle nulla». Confermai. «Tuttavia, in mancanza di collaborazione, potrebbero scegliere di fare ricorso in tribunale per l’accertamento giudiziale di paternità, chiedendo una consulenza tecnica d’ufficio per la comparazione del suo DNA con quello del ragazzo. La consulenza questa volta sarebbe disposta dal giudice».
«Che lo facciano». Replicò il cantante, senza mutare espressione. «Ma io mi rifiuterò anche in tribunale. E a loro cosa resterà? Qualche foto scattata insieme sulla spiaggia? Un po’ poco, non crede?».
Scossi la testa. «Non è così, purtroppo».
«Ah no?».
«Il rifiuto di sottoporsi al test in tribunale può equivalere ad accertamento della paternità».
«Una specie di silenzio assenso?».
«Una specie».
Bonsignori allungò una mano, per afferrare il boccale di Ceres, con un ghigno di disapprovazione dipinto in volto. «Ho capito. Una prova di colpevolezza, come quando si rifiuta l’alcoltest il sabato sera dopo che si è provocato un incidente».
«Più o meno».
Lui scosse la testa. «Non capisco. I figli sono di chi li cresce e non di chi si limita a fare sesso con la loro madre, mettendoli accidentalmente al mondo. Se io sapessi che colui che mi ha educato e che io ho chiamato papà per tutta la vita non è biologicamente mio padre, mai e poi mai mi metterei alla ricerca di un uomo che mi ha generato per puro caso e che si è sempre disinteressato di me. Non è d’accordo, Mayer?».
Risposi buttando giù il primo sorso di birra «Non conta cosa è giusto per me o per lei. Conta solo ciò che è giusto agli occhi del legislatore. La legge purtroppo non è un’opinione o una soggettiva valutazione etica».
Il cantante annuì. «Mi dia il suo biglietto da visita, Mayer. Voglio parlarne in studio. Adesso godiamoci questo sole e la piscina. La gente se ne sta andando, finalmente, e io detesto sguazzare in acqua tra una moltitudine starnazzante. I nostri avversari e le grane esistenziali non hanno il diritto di toglierci il piacere di vivere alla grande».
Fui felice della proposta. Avevo un gran voglia di farmi qualche vasca e la caipirinha me l’ero versata addosso, mentre della Ceres non avevo bevuto più di un dito.
«Non ha paura di nuotare dopo una bevuta?». Gli chiesi.
Lui scrollò le spalle.
Nella mezz’ora che seguii seppi di essere una schiappa, a nuoto, al cospetto di Riccardo Bonsignori. Aveva una decina di anni più di me ma era molto più in forma e mi staccò in modo imbarazzante. Io terminavo la terza vasca, tutto boccheggiante, mentre lui inaugurava la quinta con bracciate di spietata energia.
Il mio idolo mantenne la parola e venne a trovarmi in un piovoso pomeriggio di metà luglio. Sembrava pieno autunno, la temperatura si era improvvisamente abbassata di dieci gradi e le gocce rigavano il vetro della finestra, nella mia stanza in studio. Le solite note aggraziate di pianoforte risuonavano da un
appartamento del palazzo di fronte.
«Voglio seguire il suo consiglio, Mayer». Annunciò Bonsignori, mentre firmava e staccava dal libretto un assegno da duemila euro, destinato a rendere meno amara la mia solitudine affettiva. «Mi sottopongo a questo test, in via bonaria, senza bisogno che lo ordini un giudice. Non ho nulla da nascondere. Non sono certo un ladro o un omicida».
Mi venne naturale sorridergli. «Molto bene». Un avvocato è sempre felice quando il cliente asseconda un consiglio che ritiene saggio. «Scriverò al collega di controparte e concorderemo ora e giorno dell’esame. Sceglierò io il laboratorio per la comparazione genetica, a sua garanzia. Sarà un laboratorio universitario che garantisca l’assenza di qualsiasi manipolazione dei dati scientifici».
Lui annuì, con un solenne cenno del capo. «Sul punto ha la mia massima fiducia. Proceda con assoluta libertà e con grande decisione». Ciò detto si alzò dalla sedia. «L’aspetto domani in piscina, avvocato. Alle diciannove faranno una grigliata di pesce imperdibile. Le farò conoscere la mia compagna. Lei è fidanzato?».
Quella domanda mi squarciò la carne, come fosse una lama appuntita di coltello. «Lo ero fino a poco tempo fa. Claudia, la mia ragazza, mi ha lasciato…e il bello è che stavo organizzando un viaggio romantico per chiederle di sposarmi…».
Lui mi rifilò una pacca sulla spalla. «Meglio così. La libertà non ha prezzo. Oggi le donne ci tengono alla catena, come cani».
Sorrisi senza convinzione e lo salutai, pensando al fatto che il giorno dopo alla grigliata di pesce della “Milano benissimo” mi sarei presentato da solo. Che strana sensazione… dopo interminabili anni passati a fare tutto in coppia…a progettare viaggi fantastici a…
L’appuntamento per l’esame del DNA fu fissato presso una clinica universitaria lombarda.
Dopo una febbrile trattativa, col collega di controparte, eravamo giunti ad individuare un laboratorio di comune fiducia delle parti.
L’esecuzione del test era stata preceduta da due appuntamenti tenuti nello studio del collega che assisteva il Provera. L’avvocato Meazza ci teneva che il presunto padre e l’asserito figlio si incontrassero e avessero l’occasione di guardarsi negli occhi di scambiare qualche parola.
Non fu affatto un incontro banale.
Appena Mario Provera ebbe messo piede nel sontuoso e un po’ pretenzioso studio Meazza, fu evidente, sia a me sia al mio cliente, la straordinaria somiglianza del giovane col cantante: stesso mento appuntito e volitivo, stessi zigomi sporgenti, stesso sguardo limpido e determinato, stessa mascella risoluta, stessa altezza, stessa corporatura esile.
Entrambi avevano una folta chioma castano chiara e occhi marroni e piccoli.
Riccardo Bonsignori si strinse ai braccioli della sua sedia e mi parlò all’orecchio. «Caspita, sembra me vent’anni fa…».
Il giovane, in giacca e cravatta, tenne a presentarsi. Era uno studente al primo anno di giurisprudenza, così disse. Sognava di fare il penalista e di essere ingaggiato da un grande studio, di quelli che sono di casa in corte d’assise. Tenne a precisare che gli interessava conoscere la verità sull’identità di suo padre e non garantirsi a prescindere una fetta dei diritti d’autore sulle canzoni di successo del signor Bonsignori. Parlava con tono deciso, proprietà di linguaggio e ostentava sicurezza. Dava l’impressione di essere sincero.
Il mio assistito mi sussurrò una seconda volta, con voce più angustiata.
«Sembra me vent’anni fa, ribadisco, e non solo nell’aspetto ma anche come modo di parlare. Un ragazzo sveglio direi, che sa quel che vuole…che sia davvero mio figlio? Io sua madre non me la ricordo proprio, ma vent’anni fa, sulle spiagge di Rimini, ne conoscevo un paio al giorno…e quasi con tutte finivo a letto…».
Sottovoce lo invitai a evitare ulteriori commenti e ci tenni a concludere quella riunione al più presto, per evitare gaffe.
La relazione di laboratorio relativa all’esame genetico pervenne sulla mia scrivania un mese più tardi, a fine settembre.
L’esito fu inequivocabile: veniva esclusa, in termini di certezza scientifica pressoché assoluta, qualsiasi compatibilità del profilo genetico di Mario Provera con quello di Riccardo Bonsignori.
Il cantante poteva dunque tirare un sospiro di sollievo gigante: nessun estraneo avrebbe turbato la sua vita da scapolo d’oro o allungato le mani su un patrimonio meritatamente ricco.
Quando gli consegnai l’elaborato peritale, mi parve addirittura deluso. «Mi ero quasi abituato all’idea di avere un figlio…e quel giovane mi sembrava grintoso e valido, proprio come me…non so se dispiacermi di quest’esito del test del DNA, Mayer. Questa è l’assurda verità».
Gli feci un sorriso comprensivo. «Veda il lato positivo della faccenda. Sarà libero di avere un figlio e non sarà la vita ad imporglielo. Non male, vero? Viva la libertà di scelta!».
Ci intrattenemmo a parlare davanti alla porta dello studio, prima che lui pigiasse il pulsante dell’ascensore. «La mia compagna mi ha lasciato, ora sono single come lei, Mayer». Mi annunciò, col solito tono perentorio. «Questa storia di Mario Provera ha nuociuto al nostro rapporto. Paola ha creduto di non essere sufficiente alla mia felicità…ha pensato che io in fondo sperassi di avere un figlio perché con lei mi sentivo solo…ah, le donne! Dure, contorte, assolute…e spesso masochiste!».
Gli battei una mano sulla spalla. «Mi auguro che avrete modo di chiarire, in futuro».
Lui fece una smorfia di dissenso. «Questa storia mi ha davvero messo in crisi. Mi ha tolto il sonno. Mi ha fatto pensare a quanto sarebbe stato bello avere un figlio e poterlo crescere. Ho scoperto che le canzoni non sono tutto. Ebbene sì, una parte di me forse ha sperato che quel giovane fosse mio figlio. Strano vero?».
«Non direi. Il bisogno di paternità mi sembra un fatto abbastanza comune».
«Lei dice, Mayer? Io non avrei mai creduto di provare quello che sto provando. Il test del DNA, quel ragazzo così simile a me…poi la rabbia di Paola…insomma ho avuto qualche turbamento, ecco».
Provai a solidarizzare con lui. «Voi artisti sapete trasformare i turbamenti in meravigliose opere. Chissà, magari ne verrà fuori una splendida canzone…».
Lui insistette per offrirmi un caffè al bar e io accolsi l’invito.
Non appena fummo in strada, mi fissò negli occhi, mentre mi offriva una sigaretta. «Ho dato un’occhiata su internet…anche da single posso adottare un bambino, non è vero Mayer?».
Gli confermai che la sentenza numero 33 della Corte costituzionale del 21 marzo 2025 aveva dichiarato illegittimo l’articolo della legge 184 del 1983 che escludeva i single dalla possibilità di fare richiesta di idoneità per l’adozione internazionale. «Chissà». Gli dissi. «Magari adotterà un bambino ucraino…o libanese…».
«Chissà». Mi fece eco lui, aprendo con una spinta la porta del bar.
E io fui d’improvviso travolto dalla nostalgia. “Ci devo riprovare con Claudia”.
Mi dissi. “E ci riproverò”.
Accertamento giudiziale della paternità
Che cos’è?
Si tratta di un procedimento civile introdotto con ricorso finalizzato a far accertare e dichiarare con provvedimento del giudice la paternità di un figlio nato fuori dal matrimonio e giammai riconosciuto dal padre.
Chi può presentare ricorso?
Il ricorso può essere redatto e depositato dal figlio che intende far accertare la propria paternità. L’azione giudiziale è imprescrittibile e dunque può essere promossa in qualsiasi momento.
L’azione può altresì essere svolta dalla madre, che abbia previamente riconosciuto il figlio, quando colui di cui deve essere riconosciuta la paternità è ancora minorenne.
Se il figlio è minore o interdetto, la domanda può essere formulata dal suo tutore legale.
Tuttavia se il figlio minore ha compiuto gli anni sedici, prima di dar corso alla domanda presentata dalla madre o dal tutore deve sentirlo, in quanto ormai capace di discernimento.
Nel caso che il figlio sia defunto la domanda di riconoscimento giudiziale della sua paternità può essere svolta dagli eredi, entro due anni dalla morte.
Contro chi è formulata la domanda di accertamento giudiziale della paternità?
Nei confronti del presunto padre ovvero, in caso di premorienza di quest’ultimo, nei confronti dei suoi eredi.
Quale norma di diritto civile regola la materia?
L’articolo 269 del codice civile che recita come segue: “La paternità’ e la maternità possono essere giudizialmente dichiarate nei casi in cui il riconoscimento è ammesso. La prova della paternità’ e della maternità’ può essere data con ogni mezzo. La maternità è dimostrata provando la identità di colui che si pretende essere figlio e di colui che fu partorito dalla donna, la quale si assume essere madre. La sola dichiarazione della madre e la sola esistenza di rapporti tra la madre e il preteso padre all’epoca del concepimento non costituiscono prova della paternità”.
Con quali mezzi può essere provata la paternità?
Ai sensi dell’articolo 269 del codice civile (V. supra) la paternità può essere dimostrata con ogni mezzo, vale a dire anche con audizione di testimoni.
Tuttavia la prova regina nei procedimenti di accertamento giudiziale della paternità è costituita dall’esame del DNA svolto da un consulente tecnico d’ufficio (esperto in genetica) nominato dal tribunale a richiesta di par te. Il consulente dovrà analizzare la compatibilità tra il DNA del presunto figlio e il profilo genetico dell’asserito padre. Una compatibilità al 99% sarà ritenuta certezza scientifica di filiazione naturale.
E’ legittimo affidare l’esito di un giudizio di accertamento di paternità ad una consulenza tecnica che non può garantire al 100% la compatibilità del profilo genetico del supposto figlio con quello dell’asserito padre?
Si, è legittimo.
E’ stato osservato che l’efficacia delle indagini ematologiche ed immunogenetiche sul DNA non può essere esclusa per la ragione che esse sono suscettibili di utilizzazione solo per compiere valutazioni meramente probabilistiche, in quanto, tutte le asserzioni delle scienze fisiche e naturalistiche hanno natura probabilistica e tutte le misurazioni sono ineluttabilmente soggette ad errore, sia per ragioni intrinseche (cosiddetto errore statistico), che per ragioni legate al soggetto che esegue o legge le misurazioni (cosiddetto errore sistematico) (Cass. 3 settembre 1997, n. 8451).
L’asserito padre può rifiutarsi di sottoporsi al test genetico?
Certamente sì. Alcuno può essere costretto con la forza e contro la propria incoercibile volontà a sottoporsi al test genetico.
Tuttavia il rifiuto potrà essere valutato dal tribunale come un elemento di prova a sostegno delle ragioni della controparte.
Adozione da parte di persone single
È possibile?
La sentenza della Corte Costituzionale n. 33 del 21 marzo 2025 ha dichiarato parzialmente incostituzionale l’articolo 29 bis comma 1 della legge n. 184 del 1983 nella parte in cui non prevede in capo a persone singole la possibilità di adottare minori stranieri residenti all’estero.
Resta impregiudicato il fatto che la persona singola che intende adottare deve essere ritenuta idonea all’adozione, tenuto conto dell’interesse primario del minore.
Sulla base di quali indici viene valutata l’idoneità all’adozione della persona singola?
- Sulla base della capacità dell’aspirante adottante di offrire un ambiente di vita sereno e accogliente, tale da garantire al minore una stabilità emotiva e affettiva;
- Sulla base della capacità educativa dell’aspirante adottante;
- Sulla base della capacità di mantenere il minore;
- Infine sulla presenza di una rete di supporto familiare e amicale idonea a supportare la persona singola che intenda adottare a svolgere appieno il proprio ruolo genitoriale.
