Diritto civile
La cosa più importante
«Tanti auguri a te…tanti auguri a te…tanti giorni felici…tanti auguri a te».
«Grazie…Grazie».
Il mio amico Francesco aveva stampata in faccia un’espressione ancora inebetita dallo stupore. Quella festa a sorpresa sembrava riuscita alla perfezione, anche se lui non amava essere al centro dell’attenzione, diversamente da tanti altri.
Sorrideva con timidezza e agitava a destra e a sinistra il suo calice, traboccante di spumante. Ai piedi della sua sedia erano stati accatastati innumerevoli pacchi regalo, più di una ventina.
Lo avevo conosciuto all’università e poi eravamo stati vicini di banco agli scritti dell’esame di avvocato. Mi aveva sempre colpito per la sua genuinità, così rara nel nostro mondo oppresso da una soffocante ambizione. Il suo incoraggiamento era risultato fondamentale nel portare a termine il parere di diritto civile, perché la traccia sulla servitù di passaggio, con le sue trappole interpretative, aveva irretito le mie facoltà di giudizio.
Con mio grande imbarazzo, d’improvviso, Francesco mi indicò all’attenzione generale. «Non c’è nessun merito nello scorrere del tempo. Non festeggiatemi…leviamo piuttosto i calici per Alessio. E brindiamo al suo settimo processo penale consecutivo vinto! Ve lo ricordate quand’era studente? Ora è un avvocato affermato che fa tremare le aule di tribunale con le sue arringhe da principe del foro».
Qualcuno gridò. «Evviva il grande avvocato. Evviva Alessio».
Qualcuno mi sorrise, senza parlare.
Notai sorpresa in molti sguardi.
Altri fecero finta di nulla e continuarono a confabulare tra loro.
Riuscii a vincere l’imbarazzo. Non ero più il giovane timido che non sapeva nascondere i propri stati d’animo. Il mondo mi aveva insegnato a mentire.
E così mi unii al plauso generale con un cenno del capo assertivo, senza precisare, come avrei dovuto, che gli ultimi due processi penali, uno per truffa e uno per bancarotta fraudolenta distrattiva, li avevo miseramente persi per clamorosi errori di strategia.
Fu allora che mi accorsi di Cesare Fumagalli, il trentenne coi jeans strappati all’altezza delle ginocchia e i capelli maldestramente ossigenati, che mi si avvicinava facendosi largo tra la folla dei festanti.
Aveva lo sguardo smarrito, ma mi si rivolse con voce stentorea. «Mi scusi, lei è un avvocato?».
Risposi con una smorfia. «Oggi non faccio l’avvocato. Faccio l’amico del festeggiato». Non ho mai amato confondere il profilo professionale con quello mondano e amicale, benché il desiderio di soddisfare i sogni turistici di Claudia mi avesse reso spesso bramoso di denaro e dunque di occasioni propizie per artigliare nuovi incarichi.
Il trentenne schioccò le dita in direzione di una coetanea, che indugiava davanti ad una finestra aperta, mentre spire di fumo azzurrognolo si sprigionavano dalla sua sigaretta. Le fece un brusco segno di avvicinarsi.
Lei eseguì, con andatura caracollante. Solo quando superò l’angolo della tavolata e si materializzò a meno di tre metri ma me, mi accorsi che aveva i capelli dipinti di un blu elettrico e l’anello al naso.
L’uomo mi guardò con aria supplice. «So di averla disturbata, ma io e la mia compagna stiamo vivendo un incubo. Rischiamo di perdere il nostro piccolo, che è tutta la nostra vita. L’avvocato dell’associazione ci ha abbandonato. Ha rimesso il mandato. Ci considera una causa persa».
La donna si pose al fianco di quello che all’evidenza doveva essere il suo compagno. «Lei fa diritto di famiglia, avvocato?».
Annuii, ma volli fare una precisazione. «Però non esercito al ristorante. Mi piace ricevere i clienti in studio».
«Ma ovviamente». Mi disse l’uomo con gentilezza. «Potrebbe darmi il suo biglietto da visita? La chiamerò domani stesso per avere un appuntamento. Siamo decisi a esercitare i nostri diritti di padre e madre. Il tribunale per i minorenni deve ascoltarci».
Sfilai dal portafoglio uno dei tanti rettangoli di carta patinata che avevo fatto stampare e lo consegnai a quel signore. «Domani sarò pronto a parlare del vostro problema. Aspetto una chiamata».
Il trentenne mi sorrise. «Mauro, nostro figlio, di soli quattro anni, rischia di finire in adozione. Il tribunale ci giudica male ma noi lo amiamo tantissimo».
La donna dai capelli blu scosse la testa. «Dovranno passare sul nostro cadavere per riuscirci. Non rinunceremo mai a Mauro».
Dissi che solidarizzavo con loro e li salutai con un cenno della mano, prima di smaterializzarmi nel mezzo del nugolo di amici che circondava il festeggiato.
Francesco era chino su sé stesso, intento a spacchettare i primi regali, quelli più piccoli.
La sua ragazza, Federica, mi mise una mano sulla spalla. «Sempre al lavoro, eh?».
Le sorrisi, torturato da un improvviso e lacerante sospetto. Forse era per il troppo lavoro che Claudia mi aveva lasciato?
Ero con zio Arturo, alla tavola calda accanto al Tribunale, davanti ad un piatto fumante di spaghetti al pomodoro, quando il mio cellulare trillò impaziente, rischiando di sfuggirmi di mano.
Era Cesare Fumagalli e parlava con voce meno sicura del giorno precedente.
Disse che la questione aveva per lui grande importanza e rivestiva la massima urgenza. Mi chiese di ricevere lui e la sua ragazza appena mi fosse stato possibile.
Consultai l’agendina di pelle, che tenevo sempre nel taschino interno della giacca, e gli proposi un incontro nel mio studio quel pomeriggio stesso, alle diciassette.
Mi ringraziò della gentilezza e confermò la disponibilità sua e di Fabrizia, questo era evidentemente il nome della sua compagna.
Si presentarono alla porta dello studio mano nella mano, scambiandosi sguardi d’intesa.
I loro occhi sembravano esprimersi all’unisono, proiettando la stessa luce malinconica e impaziente.
Cesare stringeva nella mano destra un rotolo di carte, ma prima di immergermi in una rapida lettura volli ascoltare la loro storia.
Lui mi raccontò che conviveva con Fabrizia da dieci anni, anche se non si erano mai sposati. Mauro era nato in un momento felice della loro storia, dopo sei anni di coabitazione. Confessò subito di vantare un discreto curriculum nel mondo della droga: due condanne per detenzione a fini di spaccio di rilevanti quantità di cocaina. Aveva scontato in carcere pene per più di cinque anni.
Sia lui sia Fabrizia erano consumatori abituali di sostanze stupefacenti e continuavano a esercitare una modesta attività di spaccio al dettaglio, al solo scopo di procurarsi il denaro per la dose giornaliera.
Dalla nascita del piccolo Mauro, la loro casa, un monolocale ubicato nella periferia sud di Milano, era stata assiduamente frequentata da un manipolo di assistenti sociali, impegnati a convincerli a intraprendere un serio percorso di disintossicazione, con l’aiuto del SERT di zona.
Ci avevano provato, raccontò Fabrizia, ma senza molto successo e forse ancor meno convinzione. La droga sembrava essere diventata il propellente della loro vita di coppia, il combustibile che azionava il motore a scoppio del loro amore, incompreso dal mondo.
«Ci dovete provare più seriamente». Li ammonii. «Lo dovete fare prima di tutto per voi stessi, ma anche per il vostro piccolo».
Cesare abbassò lo sguardo e si tormentò le mani. «E’ quello che dice anche il giudice. Ci ha proposto un collocamento in comunità con Mauro, ma abbiamo rifiutato».
«E perché?». Li interrogai con voce aspra.
«Perché la comunità non è proprio il nostro ideale di famiglia. Io e Fabrizia siamo nati e cresciuti in strada e non siamo fatti per sottostare alle regole».
Li guardai negli occhi, con gravità. «La comunità sarebbe una soluzione provvisoria, una sorta di fase di passaggio, una strada per garantirvi un futuro come famiglia…una famiglia a tre, ovviamente. Non credete di avere bisogno di aiuto? Riconoscere il bisogno di aiuto è il primo passo per risolvere i problemi».
Fabrizia strinse con convinzione la mano di Cesare. «Noi pensiamo di essere l’uno la forza dell’altro. Siamo convinti che sarà il nostro amore a salvarci».
Mi decisi a dare una rapida scorsa alle carte.
Notai che la successiva udienza si sarebbe tenuta al tribunale per i minorenni solo una settimana più tardi. Lessi che l’avvocatessa che era stata nominata procuratrice speciale del piccolo Mauro proponeva l’affido eterofamiliare, un’espressione aulica e molto elegante per intendere l’allontanamento del minore dalla famiglia d’origine, ritenuta per lui solo una fonte di pericolo. Gli assistenti sociali si dichiaravano d’accordo sul punto, sottolineando la circostanza che gli esami del capello e delle urine dimostravano che sia Cesare sia Fabrizia, nonostante gli impegni presi durante il monitoraggio della loro vita familiare, proseguivano nell’assidua assunzione di sostanze illecite.
Sollevai lo sguardo dalle carte. «Sapete quello che rischiate? Rischiate che sia dichiarata l’adottabilità di Mauro. Ciò significa che il vostro bambino sarà affidato a un’altra famiglia e voi lo perderete per sempre».
Cesare reagì d’impeto, battendo un pugno sulla mia scrivania. «Questo non succederà. Mauro è nostro figlio e saremo noi a crescerlo. Lui è molto attaccato a Fabrizia e anche a me».
La donna si espresse con più calma. «Faremo ciò che il giudice vuole, ci disintossicheremo, ma a modo nostro. Niente collocamento in comunità. Saremo in due: l’uno sarà la forza dell’altro».
«Proprio così». Confermò Cesare con convinzione.
«Molto bene. Allora vi faccio firmare il mandato».
Spiegai loro che avrei predisposto una comparsa di costituzione con nuovo difensore, questo era il nome tecnico dell’atto che avrei dovuto depositare, col quale mi sarei opposto a qualsiasi progetto che prevedesse l’allontanamento del piccolo Mauro dalla famiglia d’origine.
Li implorai di prendere contatto col SERT, di astenersi dal consumo di qualsiasi droga, di collaborare, senza pregiudizi o reticenze, coi servizi sociali. «Possono sembrare ispettori della Gestapo». Dissi al solo scopo di rendermi simpatico. «Ma sono i nostri più preziosi alleati. Dobbiamo collaborare con loro».
Mi garantirono che avrebbero seguito le mie istruzioni alla lettera. Affermarono di essere disposti a tutto, pur di garantire un futuro sereno alla loro famigliola.
Pensai a loro, con tristezza, quella notte stessa. Faticavo a prendere sonno, mentre strane elucubrazioni si impossessavano della mia mente.
Pensavo a quanto fosse illusorio l’auspicio della creazione in laboratorio della famiglia perfetta, quella del mulino bianco, quella in cui i bambini appaiono felici e sorridenti, a contatto con una natura lussureggiante e sempre baciata dal sole.
Perché mai un padre e una madre fragili dovrebbero essere considerati, a prescindere, incapaci di donare amore al proprio figliolo?
Perché mai la dipendenza dalla droga avrebbe dovuto essere considerata mezzo sufficiente a spezzare il legame genitoriale?
Il padre e la madre sono due ideali di genitorialità perfetta o uomini e donne in carne e ossa, capaci di amore anche nella sofferenza?
Pensai anche a quanto apparisse solido il legame sentimentale che univa Cesare e Fabrizia. Più che un uomo e una donna sembravano una monade in cui l’uno costituiva per l’altra, e viceversa, l’unico mondo possibile.
Proprio mentre credevo di essere sul punto di abbandonarmi tra le braccia di Morfeo, sul display della mia mente apparve il volto pallido e sottile di Claudia, la mia storica fidanzata, il mio amore perduto, il mio matrimonio mancato.
Allora mi assalirono i dubbi: Claudia sarebbe stata ancora con me se le avessi regalato un figlio? Forse non le avevo dato la sensazione di poter essere un affidabile padre di famiglia, intento com’ero a togliere di prigione criminali patentati?
Sul più bello mi addormentai e il sonno soffocò i miei tormenti.
Zio Arturo, come sempre, non era d’accordo con me. «Sei un ingenuo, Ale, nel credere all’amore universale. Se uno non può prendersi cura di sé stesso, come farà a prendersi cura di chi ha messo al mondo? Hai presente quella parabola evangelica secondo cui se un cieco guida un altro cieco finiranno entrambi in un fosso?». Mi disse il mattino successivo a colazione, al bar del tribunale.
Il carisma di zio Arturo era tale che temetti che il tempo mi avrebbe costretto a dargli ragione.
All’udienza, il giudice minorile fu piuttosto severo. Squadrò i miei clienti con espressione da burbero benefico. «Vi devo tirare le orecchie». Esordì. «Non avete fatto nulla di quanto ci avevate promesso. Niente appuntamenti al SERT e esami del capello e delle urine positivi. Davvero non vi interessa nulla di vostro figlio Mauro? Vi va bene che sia provvisoriamente affidato ad una famiglia diversa dalla vostra? Vi va bene che, alla fine di tutto, ne sia dichiarata l’adottabilità?».
Con mio grande stupore sia Cesare sia Fabrizia non replicarono nulla. Si limitarono a fissare il giudice, impalati come statue di sale.
Allora mi infervorai io, come fossi stato personalmente ferito da quella frase. «Signor Giudice». Esclamai con prontezza. «Credo che lei sia convinto come me che la famiglia perfetta sia solo un’illusione. Davanti a noi abbiamo un padre e una madre che rivendicano solo una seconda occasione. Da oggi saranno collaborativi col SERT. Chiedo un rinvio di questa udienza per consentire ai miei assistiti di intraprendere un serio percorso di disintossicazione. Hanno nominato un nuovo avvocato, il sottoscritto, e io mi impegnerò personalmente affinché alle parole seguano i fatti».
La procuratrice speciale del minore insistette per l’affido endofamiliare, ritenendola la soluzione più tutelante per il fanciullo.
Per la mia gioia, il giudice accolse la mia richiesta e rinviò l’udienza di tre mesi, concedendo di fatto a Cesare e Fabrizia la seconda occasione che, nel loro silenzio, avevo invocato.
All’uscita dall’aula di udienza, lungo il buio e stretto corridoio, provai una vampata di orgoglio.
La mia fierezza crebbe allorché Cesare Fumagalli mi strinse in un fraterno abbraccio. «Lei è un grande, avvocato Mayer».
Com’è dura ammettere di avere sbagliato.
Ancor più dura è prendere atto dell’amara verità: il cinico avvocato Arturo Battaglia, al secolo mio zio, ha sempre ragione.
Non era passato neppure un mese dall’udienza, quando Cesare Fumagalli e la sua Fabrizia vennero a incontrarmi in studio.
Non si erano mai presentati al SERT.
Non avevano neppure mai davvero smesso di drogarsi.
Forse non ci avevano mai davvero provato.
Li scrutai allibito, come se nei loro volti riconoscessi il mio personale fallimento. «Ma perché? Non vi interessa niente di vostro figlio Mauro?».
Cesare non ebbe il coraggio di sollevare lo sguardo da terra. Fu Fabrizia a rispondere. «Abbiamo pensato che per Mauro sia meglio trovare un’altra famiglia. Dopo tutto ha diritto di essere felice, con noi o senza di noi. Io e Cesare vogliamo vivere il nostro amore a modo nostro, senza avvocati, tribunali o assistenti sociali. Avere un figlio non è un obbligo, giusto?».
Quella lucida freddezza mi disarmò.
Li vidi scendere le scale del palazzo di studio, mano nella mano, così come li avevo ricevuti la prima volta.
Mi chiesi se sbagliavo io a considerarli due egoisti. O forse non c’era nessun errore ma solo la obiettiva e cruda realtà di cui prendere atto?
E ancora, l’amore di una coppia ha senso anche se non genera e non protegge un’altra vita?
Non ho ancora una risposta a questi interrogativi.
E sono passati diversi anni da quando Fabrizia e Cesare lasciarono il mio studio, per coltivare il loro disperato amore di coppia, lontano dalle responsabilità…forse in un tunnel buio destinato a essere per sempre la loro casa.
In cosa consiste la dichiarazione di adottabilità di un minore?
La dichiarazione di adottabilità di un minore è un provvedimento giuridico adottato dal tribunale per i minorenni territorialmente competente destinato a cancellare i legami del minore con la sua famiglia di origine, per consentirne l’adozione, ovvero l’inserimento in una nuova famiglia ritenuta maggiormente idonea a garantirne la crescita morale e materiale e l’armonico sviluppo della personalità.
La dichiarazione di adottabilità di un minore pone irrimediabilmente fine al rapporto di parentela del minore con i genitori originari e crea un nuovo rapporto di filiazione con gli adottanti.
I figli adottivi hanno gli stessi diritti di quelli biologici.
Quale norma giuridica regola l’adottabilità di un minore in Italia?
Il testo di legge imperante in materia di dichiarazione di adottabilità è costituito dalla Legge 4 maggio 1983, n. 184. Tale fonte normativa è stata pensata e scritta all’unico fine di garantire al minore una famiglia, sempre e comunque.
La dichiarazione di adottabilità di un minore, ovvero il suo collocamento in una famiglia diversa da quella di origine, costituisce una misura estrema, da adottare solo quando tutti gli aiuti forniti alla famiglia d’origine (ivi compresi in primis gli interventi di supporto dei servizi sociali competenti) si rivelino inidonei a garantire il benessere fisico e psichico dei minori.
In effetti si è diffuso l’unanime convincimento che la soluzione preferibile per un minore sia di continuare a vivere con i propri genitori, apparendo il loro sradicamento dalla famiglia d’origine quale trauma molto grave e potenzialmente irrecuperabile.
Pertanto, su ricorso del pubblico ministero, il Tribunale per i minorenni territorialmente competente dichiarerà lo stato di adottabilità del minore solo allorquando si saranno rivelati obiettivamente e certamente inadeguati tutti gli interventi di sostegno finalizzati a rimuovere le difficoltà in cui versano i genitori (nell’esempio fatto nel racconto lo stato di tossicodipendenza di entrambi i genitori) garantendo agli stessi un supporto all’esercizio dei diritti/doveri relativi alla
genitorialità.
Quali sono i presupposti per la dichiarazione di adottabilità di un minore?
- La dichiarazione di adottabilità si fonda sull’obiettivo ed effettivo accertamento dello stato di abbandono del minore, ovvero quando vi è fondato timore che non esista alcuno in grado di provvedere alle sue esigenze di cura mantenimento e educazione;
- Inoltre occorre che tale condizione di abbandono sia stabile e irreversibile.
Qual è l’organo giudiziario competente a dichiarare lo stato di adottabilità?
Il Tribunale per i minorenni è l’organo competente a dichiarare lo stato di adottabilità di un minore che appaia o sia totalmente privo di cure.
Il tribunale per i minorenni deciderà compiuta un’istruttoria completa e approfondita, spesso temporalmente molto lunga, circa le capacità genitoriale della madre e del padre biologici. A tal fine l’organo giudiziario potrà avvalersi del costante monitoraggio dei servizi sociali, tenuti alla redazione di periodiche relazioni di aggiornamento, e di consulenze tecniche d’ufficio in merito alle dinamiche familiari.
Tali consulenze dovranno chiarire l’eventuale esistenza, in seno al nucleo familiare cui il minore appartiene, di relazioni tossiche che possano porre in pericolo la stabilità psichica del minore, nonché lo sviluppo armonico della sua personalità.
In particolare, nel senso dell’adozione di un provvedimento di declaratoria di adottabilità, l’istruttoria dovrà condurre ad un accertamento di grave, stabile e irreversibile incapacità dei genitori di esercitare il proprio ruolo avente ad oggetto la cura, il mantenimento e l’istruzione della prole.
