Diritto Penale
La persona sbagliata
Zio Arturo adorava le ostriche della Normandia.
Le chiedeva sempre a Franco, prima di gustarsi gli spaghetti ai ricci di mare, al solito tavolo del suo ristorante di pesce preferito, in via Boccaccio.
Quella sera era impegnato in un’accanita lotta con uno di quei costosissimi molluschi, che non voleva proprio saperne di farsi inghiottire.
La bottiglia di Vermentino di Gallura, immersa nel ghiaccio di un grigio e cilindrico cestello, sembrava osservarci in tralice, con sguardo obliquo e sospettoso.
«Ti passo una pratica».
Temetti di non avere capito bene. «Come, zio?».
«Ho detto che, ovviamente con il tuo consenso, ti passerei una pratica».
Rimasi perplesso. «E perché? Il cliente non ha denaro? Oppure si tratta di un patrocinio a spese dello stato?».
Arturo mi squadrò con uno sguardo sornione, come se si compiacesse della mia sospettosità. «Niente affatto. Dubiti troppo della mia generosità. Questo mio cliente è un imprenditore. Ha una catena di ristoranti. Paga benissimo».
«E allora perché?».
«Perché non vuole parlare con me del suo ultimo guaio. Dice che si vergogna. Vuole raccontare i fatti a qualcuno che non lo conosce».
«Capisco. Si tratta di un penale?».
Lo zio annuì, mentre sollevava il suo calice per uno dei suoi enfatici brindisi.
Accettai l’incarico, con grande curiosità.
Mi chiesi cosa avesse potuto fare di grave quell’uomo, tanto da vergognarsi a parlarne col suo avvocato di fiducia.
Era forse un pedofilo? Si era fatto truffare e si vergognava della sua ingenuità?
La mia curiosità non dovette attendere molto per essere soddisfatta.
Il Signor Massimo Trabucchi, questo era il suo nome, mi telefonò quel pomeriggio stesso, chiedendo di essere ricevuto la settimana seguente, dopo le diciassette di qualsiasi giorno.
Si presentò in studio con vestiario di ricercata eleganza. Portava un papillon nero al posto della cravatta, la barba era perfettamente rasata e i capelli pettinati con cura. Esibiva con insistenza un sorriso nervoso e faticava a guardarmi negli occhi.
Quando ci fummo seduti alla mia scrivania, crollò il capo di lato, come se gli avessero mozzato in parte la testa e iniziò a tormentarsi le mani.
Credetti giusto toglierlo dall’imbarazzo e impostai la mia voce alla tonalità “massima affabilità”. «Se la sente, Signor Trabucchi, di raccontarmi il suo problema? Quello che l’ha spinta a rivolgersi a un avvocato».
Lui sollevò gli occhi di scatto. «Mi vergogno profondamente, avvocato. Ho fatto una sciocchezza imperdonabile, assurda, illogica. Ho fatto star male mia moglie. La prego, se può, non mi giudichi troppo male».
Sentii sussultare in petto tutto il mio orgoglio per la professione forense e intuii che per quell’uomo mi serviva l’assist perfetto per tranquillizzarlo con le parole più appropriate. «Sono un avvocato, caro signore, non un magistrato.
L’avvocato difende…non giudica mai!». Seguì un mio inutile e stucchevole sproloquio sui fondamenti della deontologia degli avvocati. Provai io stesso una mortale noia per quella retorica.
Lui, comunque, parve confortato dalle mie parole e il suo sorriso, per un istante, sembrò più sereno.
Sfilò da una cartelletta di plastica un foglio tutto spiegazzato, come fosse stato stretto tra artigli anziché tra dita. Nel margine superiore del frontespizio luccicava l’intestazione, blu elettrico, di uno studio legale.
Risparmiai a quell’uomo la pena di un racconto particolareggiato e mi dedicai alla lettura.
«Avvocato Marvel Parati…non la conosco». Bisbigliai, prima di esaminare quel foglio parola per parola.
La collega dichiarava di rappresentare gli interessi di un giovane, a quanto compresi ventunenne, di nome Leonardo Corsi. La richiesta di risarcimento dei danni a carico del mio assistito ammontava alla ragguardevole somma di 75.000 euro. Mi turbai e temetti che si trattasse di fatti di una certa gravità.
A dire della collega, il mio assistito avrebbe chattato per oltre due anni in un social con quel giovane, spacciandosi falsamente per la propria moglie, tale Sig.ra Ornella Previati, quindi occultando le proprie vere generalità e commettendo il reato di sostituzione di persona. Il mio assistito per quella corrispondenza avrebbe usato il nome “Pantera nera”.
Leonardo Corsi si sarebbe incolpevolmente e perdutamente innamorato di quella inesistente donna, molto più matura di lui, sino a lasciare il suo paesino nel bresciano per raggiungerla a Milano, dopo avere rotto i rapporti con la famiglia di origine, che non accettava tale scelta, e con la propria ragazza.
Dopo avere scoperto l’indirizzo della Signora Ornella Previati, si sarebbe presentato a sorpresa al domicilio familiare della coppia, scoprendo l’inganno. Dunque, la crudele realtà aveva cancellato le seduzioni di una impossibile felicità virtuale.
Non avevo mai visto o sentito raccontare nulla di simile. E dovetti trattenere l’impulso ad uno scoppio di riso, per non offendere la sensibilità del mio cliente.
Tuttavia, sollevati gli occhi dalla missiva legale, non potei esimermi dall’osservare l’uomo che mi stava davanti, con accresciuta curiosità. Provai a studiare meglio le sue reazioni, per comprendere il perché di quel bizzarro comportamento.
Lui sembrava essersi finalmente armato di coraggio. Parlò come se potesse, per misteriose doti, leggermi nel pensiero: «Non mi chieda perché l’ho fatto, non le so rispondere, forse per sentirmi giovane? Perché mia moglie schiaccia la mia personalità con il suo dirigismo familiare? Mi creda: non le saprei proprio rispondere».
«Stia tranquillo. Non ho intenzione di chiederlo. È una cosa irrilevante ai nostri fini. Abbiamo un problema e dobbiamo risolverlo, punto!».
«Giusto, avvocato, grazie».
Pantera nera Trabucchi trovò la forza di raccontare qualche ulteriore dettaglio, di certo utile a comprendere meglio i fatti e le relative conseguenze.
Il giovane Leonardo, dopo circa un anno di assidua corrispondenza telematica, aveva preteso delle foto, per dare un volto all’amore che era nato in lui. «Allora sono andato nel panico, non sapevo cosa fare. Sapevo solo di non poter interrompere quel gioco perché mi faceva stare troppo bene. Era come una droga irrinunciabile. In uno strano modo, che non so spiegare, quello scambio di messaggi ormai quotidiano mi faceva sentire capito, desiderato. Allora ho deciso di mentire spudoratamente, mandandogli la foto di mia moglie, una quarantenne bellissima. Ho fatto anche il suo nome, ecco. Mi sono ufficialmente e definitivamente fatto passare per lei. A quel punto avevo imboccato una strada senza ritorno».
Preferii non fare commenti e stetti in silenzio, finché lui riprese a raccontare.
«Doveva vedere i suoi occhi, avvocato, davanti alla porta di casa mia, un mese fa, quando ha capito che avevo mentito su tutto e fin dall’inizio. Erano furiosi, iniettati di sangue. Sembrava che volesse uccidermi. Quando ho sentito sbattere la porta in fondo alle scale ho pensato che ero al sicuro, che mia moglie non avrebbe saputo nulla. Ma mi sbagliavo. È stata Ornella ad aprire la lettera dell’avvocato di Leonardo. Pensava contenesse l’assegno dell’assicurazione per un mio vecchio incidente. Quando ha letto il contenuto è andata su tutte le furie. Ha fatto le valigie, per trasferirsi da sua madre. Ha gridato che il fatto di non avere avuto figli era stata la nostra unica fortuna. Credo voglia separarsi. Che disastro». E si prese la testa tra le mani, con gesti convulsi e disperati.
“Violazione della segretezza della corrispondenza, separazione legale dei coniugi, sostituzione di persona, truffa…”. Pensai. “Quante norme di diritto e quanti istituti giuridici ad incendiare uno stupido gioco finito male…”.
Mi concentrai di nuovo sulla lettera, facendo attenzione alla ricostruzione giuridica dei fatti, per evidenziarne ogni punto di debolezza. L’esorbitante cifra richiesta a titolo di risarcimento del danno era giustificata dal “danno esistenziale”, uno dei concetti giuridici più inafferrabili e dai profili più indefiniti del nostro ordinamento, tanto da avere fatto versare, forse invano, fiumi di inchiostro a professori universitari e magistrati. A dire il vero ancora oggi non saprei dire che cosa esattamente si intenda col termine DANNO ESISTENZIALE.
L’avvocatessa di controparte, con frasi ampollose, parlava di una giovane vita sconvolta dalle bugie di un adulto irresponsabile; di un trauma, a suo dire, addirittura irreparabile.
Provai a tranquillizzare quell’uomo, come ho sempre fatto e sempre farò con tutti i miei clienti. «Non perdiamoci d’animo e non drammatizziamo la situazione». Dissi con la voce stentorea di chi ha il totale controllo della situazione.
«Lei non ha ucciso nessuno e la richiesta di danni è davvero eccessiva. C’è sicuramento ampio spazio per una trattativa e anche per una difesa in giudizio».
Lui sembrò sollevato.
«Sono nelle sue mani, avvocato Mayer». Questa fu l’ultima frase che pronunciò, prima di lasciare lo studio.
Quella sera sentii l’esigenza di guardarmi con attenzione allo specchio. Il solito ciuffo di capelli biondi spioveva sulla fronte coprendo interamente l’occhio destro e consegnando al mio profilo la tranquillizzante luminosità di una faccia da bambino.
Mi è sempre piaciuto il mio volto dai lineamenti acerbi. In fondo lo vedevo come un riparo dalle sciagure della vita, come il modo di scongiurare il pericolo di farmi del male cadendo troppo dall’alto.
Mentre scrutavo la mia immagine riflessa, triste com’ero per la perdita della mia amata Claudia, mi chiesi se, per lenire il dolore della separazione da colei che pensavo di sposare, sarei stato disposto ad abbandonare la realtà per immergermi nel mondo virtuale, coi suoi artifici, le sue menzogne, le sue falsità, le sue lusinghe.
Scossi la testa e mi decisi ad andare a letto.
La storia del Signor Trabucchi mi aveva davvero colpito e, il giorno seguente, decisi di mettermi subito al lavoro per lui.
Telefonai all’avvocatessa di controparte e lei si dichiarò disponibile ad incontrarmi presso la sala avvocati del palazzo di giustizia di Milano. Notai subito la sua voce molto risoluta, ma credetti di intuire una buona dose di simpatia umana.
Quando la vidi ebbi, con notevole imbarazzo, un brivido di paura.
Più che una collega sembrava un carro armato pronto a travolgere ogni cosa avesse trovato sulla sua strada.
Aveva un passo da bersagliera e quasi mi travolse, pur di precedermi nella saletta. Il suo mento era orribilmente appuntito, come quello delle streghe disegnate nei libri di favole. I suoi occhi, piccoli come fessure, scintillavano di penetrante crudeltà. Sembrò fissarmi come se riconoscesse davanti a sé le sembianze di un essere inferiore e degno del massimo disprezzo.
Estrasse dalla borsa un fascicolo strabordante di carte. «Caro collega, qui sono raccolti tutti i messaggi che il tuo cliente e il mio si sono scambiati in più di due anni. Il tuo non ha scampo, credimi. La sostituzione di persona è evidente e provata oltre ogni ragionevole dubbio». Distolse per un istante lo sguardo. «Credimi, questa vicenda mi ripugna. A volte la violenza psichica è più grave di quella fisica».
«Capisco» sussurrai, mentre lanciavo una superficiale occhiata a quei fogli. «Comprenderai bene, però, l’eccessività della richiesta risarcitoria che hai formulato. Sono certo che potremo intenderci su cifre più ragionevoli. In fondo non è successo nulla di grave».
«Nulla di grave? Per te non è grave la distruzione dei sogni di un giovane innamorato? Per te non è grave la negazione della verità?».
«Ma certo, tuttavia, una trattativa sull’importo…».
«Niente affatto». Squittì lei, mentre con inaudita violenza chiudeva il faldone, sollevando una spessa nuvola di polvere. «Nemmeno un centesimo di meno di 75.000 euro. Ma scherziamo? Qui abbiamo un giovane con la vita sentimentale distrutta, senza la propria ragazza e allontanato dalla famiglia…».
«Comprendo benissimo, cara collega». Osai interromperla, deciso a non arrendermi a quella melodrammatica retorica. «Però, per fortuna, non parliamo di un omicidio».
Lei mi incenerì, con due occhi da avvoltoio. «Il tuo cliente è un assassino, caro collega, un assassino di verità. Un maniaco…un perverso…un eterno Peter Pan che si prende gioco di chi è più giovane, inesperto e fragile di lui».
“Un assassino di verità”. Questa definizione, che non ammetteva repliche, mi risuonò nella mente per interminabili minuti, mentre sedevo da solo nella sala avvocati, dopo che la mia implacabile nemica se n’era andata.
Mi chiesi se fossi superficiale e fuori luogo io, nel ritenere quell’intera vicenda più ridicola e assurda che criminale.
Rientrato in studio, dovetti informare telefonicamente e con tono mesto il mio cliente del fallimento delle trattative. Probabilmente avremmo dovuto far valere le nostre ragioni difendendoci in giudizio.
Dopo un lungo silenzio, dall’altra parte, risuonarono parole che, li per lì, faticai a comprendere. «Allora entrerà in azione mia moglie Ornella. Non posso più impedirglielo. Ci penserà lei come sempre».
Stavo pensando a Claudia e all’idea, forse stupida, di invitarla a cena come se fosse sempre stata solo un’amica, a tre mesi dalla fine del nostro rapporto, per fare il punto delle nostre rispettive solitudini, quando il mio cellulare squillò con accento ruvido.
Mi alzai dalla sedia e mi avvicinai alla finestra, per fumarmi una sigaretta durante la conversazione.
Era l’avvocatessa del giovane Leonardo, che ruggiva con voce aspra. «La pratica è chiusa. Il mio cliente ha deciso di non procedere oltre. Devo protestare per i discutibili modi usati dal tuo cliente…faresti bene a scegliere meglio le persone da assistere!».
Marvel Parvati chiuse la comunicazione in modo tanto brusco da sembrarmi che la cornetta fosse stata letteralmente lanciata a terra.
Sorpreso e allarmato chiamai Trabucchi, per avere una conferma e spiegazioni, e lui mi chiese un appuntamento in studio, preannunciandomi che sarebbe venuto scortato dalla moglie, che ancora non avevo avuto modo di conoscere.
Vennero da me due giorni dopo.
Il mio cliente accanto alla sua consorte sembrava un cagnolino inoffensivo.
Fu la donna a fornirmi un ampio resoconto di quanto accaduto. «Dal profilo Facebook ho scoperto che questo tale Leonardo avrebbe compiuto gli anni sabato scorso, ventidue anni. Ero certa che al suo paesino avrebbe organizzato un festeggiamento con gli amici, in un bel locale. I giovani oggi fanno tutti così, non è vero avvocato?».
Mi limitai ad annuire, senza parlare, e la signora non ebbe esitazioni nel riprendere il filo del discorso. «Ho chiamato un bel po’ di ristoranti, nel raggio di dieci chilometri dalla casa del ragazzo. Mi sono finta un’invitata bisognosa di indicazioni sul luogo dell’evento e, più o meno al ventesimo tentativo, ho individuato il luogo della festa, una trattoria in collina, e mi sono presentata con mio marito».
«Davvero?». Ero incredulo.
«Ci può giurare, avvocato. Ho riconosciuto quello stupido ragazzo oltre i vetri della finestra del ristorante e anche lui ci ha visto. Era abbracciato alla sua ragazza, l’ho riconosciuta dalle foto postate su Facebook…».
«E poi cos’è successo?».
«E’ successo che lui è diventato rosso di vergogna. È corso fuori dal locale e ci ha supplicato di non dire niente alla sua ragazza. Della lettera, del risarcimento, della chat e di tutta quanta la vicenda. Era terrorizzato per le sue bugie. Ha giurato che avrebbe chiuso la pratica senza chiedere un solo euro. Ma io ho voluto fare la grande. Sono andata alla cassa e ho pagato il conto dell’intera tavolata».
Rimasi a bocca aperta.
Osservai Trabucchi regalare alla moglie il più adorante dei sorrisi.
«Complimenti signora, la soluzione del caso è tutto merito suo, senza codici e tribunali».
Lei assunse un’aria trionfante. «Conoscere la vita è più importante che sapere a memoria i codici».
«Eh già». Biascicai, con un vago senso di inferiorità.
Poi passai in rassegna entrambi i volti dei miei ospiti. «E tra di voi? Intendo dire: tutto bene?».
«Oh, ma certo!». Proclamò la signora Ornella, levandosi di scatto dalla sedia.
«Mio marito sa sempre come farsi perdonare. Da domani cederà gratis a me le quote della società che amministra i suoi ristoranti… e da adesso niente più social, vero?».
Lui fece segno di sì, con gesti meccanici.
Li seguii fino alla porta e poi all’imbocco delle scale.
«Pantera Nera». Mi sfuggì, in un involontario bisbiglio.
Per fortuna entrambi erano troppo lontani per sentire.
Sostituzione di persona
In cosa consiste il reato di sostituzione di persona?
Ai sensi dell’articolo 494 del codice penale commette il reato di sostituzione di persona colui o colei che “…al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno, induce taluno in errore, sostituendo illegittimamente la propria all’altrui persona, o attribuendo a sé o ad altri un falso nome, o un falso stato, ovvero una qualità a cui la legge attribuisce effetti giuridici”.
Qual è la pena prevista per questo reato?
Una pena detentiva pari ad un anno nel massimo.
Il reato di sostituzione di persona è procedibile d’ufficio o necessita di una querela sporta nei tre mesi dalla conoscenza del fatto dalla parte lesa?
Il reato di sostituzione di persona è procedibile d’ufficio.
Quando la sostituzione di persona sui social è reato?
Il fenomeno della sostituzione di persona attraverso l’utilizzo di dispositivi telematici e informatici è purtroppo nella attualità largamente diffuso e tale da suscitare un allarme sociale.
Tutte le volte che, con l’uso di mezzi telematici o informatici, taluno induce altri in errore sulla propria identità compiendo atti inequivocabilmente finalizzati a sostituire alla propria identità quella di terzi soggetti il fatto costituisce reato.
Occorre pertanto che la vittima sia concretamente indotta in effettivo errore circa le generalità (nome, cognome, qualifica professionale, luogo di abitazione, sesso etc) dell’autore dell’illecito e che a costui sia attribuibile non già la mera creazione di un equivoco ma una attività complessa finalizzata allo scambio di identità (creazione di profili fasulli sui social, esposizione di foto di altre persone spacciate come proprie, creazione di account a nome di altri etc).
Quale linea difensiva posso adottare per evitare la condanna penale per sostituzione di persona?
L’avvocato difensore di persona indagata o imputata per il reato di sostituzione di persona ai sensi dell’articolo 494 c.p. potrà sempre chiedere l’emissione di una sentenza che dichiari la non punibilità del fatto per particolare tenuità ex art. 131 bis c.p.
Secondo il Tribunale di Nola (sentenza n. 920 del 27 aprile 2021) la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto si applica anche nel caso di sostituzione di persona se la condotta presenta modalità di scarsa gravità e l’offesa al bene giuridico tutelato è di minima rilevanza.
Questa linea interpretativa è avallata anche dalla giurisprudenza della suprema Corte di Cassazione fondata sulla pronuncia n. 13681 del 2016 delle sezioni unite.
In caso di assoluzione dell’imputato, in caso di sostituzione di persona, lo stesso può essere condannato al risarcimento dei danni in sede civile?
Si, in caso di assoluzione dell’imputato, in caso di sostituzione di persona, lo stesso può essere condannato al risarcimento dei danni in sede civile.
Sulla base dell’articolo 2043 del codice civile (una delle norme cardine del nostro ordinamento) l’autore di un illecito civile perpetrato con dolo o colpa è tenuto a risarcire il conseguente danno ingiusto patito dalla vittima.
